| LINGUA
E DIALETTO IN TOSCANA
di
Neri Binazzi
Anche in Toscana,
il dialetto
Il fatto che la Toscana
sia, quasi nella sua totalità
amministrativa, una regione linguistica
a statuto speciale non significa che
qui sia assente la componente “dialetto”,
ma che questa non costituisce –
come invece succede nella stragrande
parte d’Italia – un repertorio
distinto da quello definibile come “italiano”.
Come nelle altre regioni d’Italia,
infatti, ciò che chiamiamo “dialetto”
altro non è che l’esito
locale dello sviluppo conosciuto attraverso
i secoli dal latino volgare (cioè
parlato), che diffondendosi a partire
dalla romanizzazione (grossomodo collocabile
fra il IV secolo a.C. e il I secolo
d.C.) nelle diverse aree della Penisola,
si è progressivamente modificato
interagendo localmente con gli idiomi
delle popolazioni preesistenti (celti,
etruschi, venetici, osci, piceni, sanniti,
sardi, ecc.). I “dialetti”
sono dunque, storicamente, il risultato
dell’apprendimento del latino
parlato nelle diverse parti d’Italia:
un apprendimento che, soprattutto dopo
la fine dell’Impero romano d’Occidente
(476 d.C.), ha risentito in modo sempre
più consistente dell’interferenza
da parte delle lingue di sostrato. In
questo senso ogni dialetto d’Italia
è una lingua derivata dal latino,
cioè neolatina. E in questo il
toscano non fa eccezione.
Dialetto o
lingua?
La distinzione fra dialetto e lingua
non fa riferimento a caratteristiche
interne dei sistemi: ogni dialetto,
in quanto risultato dello sviluppo locale
conosciuto dal latino parlato, è
una realtà linguistica autonoma
e autosufficiente, in quanto dotata
di una propria grammatica e di un proprio
repertorio lessicale. Il concetto di
“dialetto” è qualcosa
di extralinguistico, e rimanda alla
contestuale presenza nel territorio,
accanto alla lingua di primo apprendimento
(che, almeno fino al recente passato,
in Italia era il dialetto), di un codice
sovraordinato che costituisce la cosiddetta
“lingua comune” (nel nostro
caso, l’italiano). I due codici
tendono a differenziarsi funzionalmente
e al tempo stesso in termini di prestigio:
il dialetto come lingua dell’informalità
(ma anche degli affetti), l’italiano
come codice della formalità,
e in generale come lingua che garantisce
l’intercomprensibilità
fuori dalla propria area di origine.
Per l’Italia questa distinzione
affonda le sue radici, per l’appunto,
nel momento in cui si pongono le basi
dello statuto speciale della lingua
toscana. Nella prima metà del
Cinquecento, infatti, la lingua dei
grandi scrittori toscani del passato
viene assunta come canone letterario:
la comunità degli scrittori,
d’ora in poi, dovrà produrre
le proprie opere seguendo il modello
di lingua ricavabile negli autori che
costituiscono le cosiddette Tre Corone
(Dante, Petrarca, Boccaccio). In questo
senso il fiorentino del Trecento di
registro elevato diventava, anche se
con riferimento al registro colto della
scrittura, lingua comune, rispetto alla
quale le lingue parlate nella Penisola
si sarebbero configurate come “dialetti”,
specializzando le proprie funzioni come
lingue parlate, di registro tendenzialmente
informale, di circolazione progressivamente
circoscritta. E questo sarebbe successo
anche per il fiorentino parlato, che
avrebbe sviluppato la sua vicenda come
“dialetto” così come
sarebbe avvenuto per tutte le altre
lingue parlate presenti sul territorio:
e così il fiorentino parlato
continuerà a svilupparsi in autonomia
rispetto alla norma letteraria che costituiva
l’italiano comune (una norma che
farà dell’italiano una
lingua a sviluppo bloccato fino a quando,
a partire dal secondo dopoguerra, comincerà
a essere finalmente parlata).
La lingua parlata a Firenze, in opposizione
all’italiano della norma, continua
infatti a proporre per esempio la forma
i’ per l’articolo determinativo
maschile, che provoca raddoppiamento
della consonante seguente (i’
ccane); la gorgia, cioè l’esito
“aspirato” di -c-, -p-,
-t- in posizione intervocalica (la phathatha
halda); la paragoge (gasse ‘gas’).
In area specialmente rustica, poi, abbiamo
ancora forme di passato remoto come
feciano ‘fecero’, portònno
‘portarono’; plurali analogici
(le mane); e così via. Quanto
al lessico, rimanendo ancora a Firenze,
il dialetto propone granata (‘scopa’),
il tócco (l’una), desinare
(‘pranzo’).
Se dunque, per motivi genealogici, il
fiorentino parlato non è strutturalmente
distinto da quello canonizzato per via
letteraria come “lingua comune”,
proprio la definizione di questa come
particolare registro (colto, letterario)
del fiorentino trecentesco, consente
il libero svilupparsi anche in Toscana
del parlato come “dialetto”.
Il dialetto,
in Toscana, non è solo un italiano
un po’ trascurato?
Nella nostra regione
non è raro sentire affermazioni
di questo tipo:
“Perché
poi quelli che si parla peggio di tutti
son propio i fiorentini... tu senti
alla televisione... Perché tutti
gli hanno studiato l’italiano,
e forse si son potuti correggere: noi
un ci si sa correggere!”.
“In Toscana si
parlerà male, ma i’ dialetto
unn’esiste!”.
L’impossibilità,
per le ragioni storiche a cui si è
velocemente accennato, di tracciare
un confine linguistico certo fra lingua
e dialetto trova puntuale conferma nell’esperienza
personale di ogni parlante toscano,
il quale non sperimenta in genere situazioni
di incomunicabilità con parlanti
di altre regioni. Questo aspetto è
legato al carattere del toscano come
codice senza fratture, in cui la distinzione
fra comportamenti “italiani”
e comportamenti “dialettali”
procede fondamentalmente in direzione
stilistica, e in questo modo viene puntualmente
avvertita: per un parlante fiorentino,
così, sedia non è la voce
che “traduce in italiano”
seggiola, ma è una semplice variante
di registro adottata quando si vuol
parlar bene. Così come a Firenze
si ritiene che gli esiti -aho / -uho
/ -iho (mangiaho / bevuho / finiho)
siano modi trascurati – e perciò
pesantemente stigmatizzati – di
pronunciare l’italiano (e come
si vede torna l’idea del fiorentino
come “cattivo italiano”),
mentre in realtà sono specifici
e autonomi tratti dialettali. Proprio
questa connotazione delle forme linguistiche
locali non come “dialettali”,
ma come “di basso registro”
è responsabile di una lettura
complessiva del repertorio tradizionale
come “cattiva lingua”. Per
questa via lo scarto con l’italiano
della televisione è percepito
nitidamente, ma, stante l’inconcepibilità
di una considerazione del repertorio
nativo come autonomo rispetto all’italiano,
il comportamento linguistico viene avvertito
come sostanzialmente non emendabile
(“un ci si sa correggere!”).
Se allora sui libri e sui dizionari
il parlante toscano continua a trovare
puntuale conferma dei quarti di nobiltà
dei propri tratti linguistici, al tempo
stesso tende a riferire il carattere
specifico delle proprie esecuzioni,
nel momento in cui si volge a considerarle
“da fuori”, un ineliminabile
quid di informalità.
Da un altro punto di vista, la sicurezza
di lingua che caratterizza il parlante
toscano, che come si è detto
trova motivazione e conferma nelle caratteristiche
di un repertorio oggettivamente senza
cesure, può essere di freno alla
presa di consapevolezza, da parte del
parlante stesso, di una deriva dell’italiano
contemporaneo che oggettivamente prescinde
dal tradizionale modello tosco-fiorentino.
Anche perché quando si passa
dalla percezione complessiva del proprio
repertorio come “cattiva lingua”
alla considerazione dei singoli tratti
della propria varietà, succede
spesso che, mettendoli a confronto con
i corrispondenti “italiani”,
questi risultino eccessivamente formali,
se non pretenziosi. Alle orecchie del
parlante toscano una parola come rubinetto,
al confronto con l’usuale e familiare
cannella, tende tendenzialmente a caratterizzarsi
come voce “da libro stampato”,
così come adesso tende a essere
avverito come eccessivamente formale
rispetto a ora. Spengere, poi, è
in Toscana incorreggibile, e confina
spegnere in un livello di lingua sentito
come inaccessibilmente formale. Esempi
presi da livelli grammaticali meno esposti
del lessico alla pressione dell’
“italiano” illustrano forse
ancora meglio questa percezione: relativamente
alla morfologia verbale, la consuetudine
del toscano con la costruzione impersonale
della prima persona plurale tende a
escludere anche dal parlato controllato
forme come andavamo, mettevamo, finivamo,
che, al pari di andammo, mettemmo, finimmo,
scontano in Toscana un eccesso di formalità
che arriva a dipingerle quasi bandiere
parodistiche del linguaggio “in
punta di forchetta” rispetto ai
consueti si andava / si andò;
si metteva / si mise; si finiva / si
finì.
In questo contesto, il rischio per coloro
che non sono in possesso di adeguati
strumenti culturali, è quello
di essere progressivamente confinati
in una condizione linguistica “dialettale”
particolarmente difficile da affrontare
in quanto estranea al modello linguistico
interiorizzato.
Se il toscano
è un dialetto come tutti gli
altri, perché allora si parla
di “vernacolo”?
“Vernacolo”,
che letteralmente significa ‘figlio
dello schiavo nato in casa’, è
parola di tradizione colta adottata
dal parlante di Toscana per riferirsi
alle caratteristiche particolari di
un repertorio che, come si è
detto, si dispone senza discontinuità
fra i poli non contrapposti di lingua
e dialetto. La ricerca, tuttavia, usa
convenzionalmente il termine “vernacolo”
per indicare il filone di letteratura
che in Toscana, soprattutto a partire
dall’Ottocento, ha utilizzato
varietà dialettali per particolari
esigenze rappresentative (si pensi all’esempio
di Fucini per Pisa, o al teatro fiorentino
di inizio Novecento).
Questo uso delle varietà linguistiche
locali, che si è soliti definire
“riflesso”, cioè
in qualche modo “studiato”
da parte degli autori e piegato alle
proprie finalità artistiche,
in Toscana conosce una fioritura particolare
in età moderna e contemporanea,
ma nasce, come nelle altre regioni,
all’indomani della canonizzazione
linguistica del fiorentino delle Tre
Corone come modello per la comunità
degli scrittori. Come si è detto
all’inizio, le lingue parlate
nella Penisola, da questo momento, si
configurano come “dialetti”
andando incontro a una progressiva specializzazione
delle funzioni rispetto a quelle assunte
dalla neo-istituzionalizzata “lingua
comune”; da un altro punto di
vista, a partire dal Cinque-Seicento,
si comincia a guardare ai dialetti come
modalità linguistiche a cui affidare
la rappresentazione di particolari aspetti
e caratteri della realtà quotidiana
a cui era impossibile dare voce servendosi
del modello “alto” messo
a disposizione dall’italiano trecentesco.
Succede così che servi e contadini
(lo Zanni veneto, il Ciapo toscano)
possano contare sulla scena sui modi
semplici ma sferzanti della propria
lingua madre, rispetto alla quale la
lingua toscaneggiante dei padroni è
il corollario di una condizione sociale
presentata nella sua vanitosa artificiosità.
In questa prospettiva si può
ricordare l’operazione della cosiddetta
“triade” fiorentino-senese
costituita dagli autori settecenteschi
Fagiuoli, Nelli e Gigli, in cui la scelta
dei tratti dialettali è direttamente
funzionale alla resa della dinamica
città-campagna (e il parlante
portato in scena con la veste dialettale
più vistosa e marcata sarà
il fiorentino).
Per tornare al contesto toscano la cosiddetta
letteratura rusticale, che convenzionalmente
si fa iniziare con la Nencia da Barberino
(addirittura precedente al 1470), e
della quale uno degli esempi più
significativi è il secentesco
Lamento di Cecco da Varlungo (portato
in scena anche di recente da Carlo Monni),
canonizza alcuni tratti della tradizione
dialettale, che tendono a diventare
progressivamente stereotipi del “contadinesco”:
un esempio per tutti è l’esito
-ggh- in voci come megghio, fogghia
(per meglio, foglia) che ritroveremo
nella canonizzazione del modello rustico
proposta dallo Zannoni e soprattutto,
agli inizi del Novecento, dal Paolieri.
Novelli, invece, escluderà questo
tratto dal profilo linguistico del popolino
di Firenze.
In ogni caso la dimensione socio-culturale
abitata linguisticamente dal vernacolo
sarà sempre quella di una quotidianità
rappresentata per stereotipi, che in
quanto tali sfociano spesso e volentieri
nel macchiettismo o, alternativamente,
nell’olegrafia. Un orizzonte ristretto,
di cui la varietà linguistica
locale è ritenuta portavoce privilegiato
(e connaturato). Ancora una volta, nel
quadro toscano, è come se la
tipicità linguistica si risolvesse
tutta in una gabbia stilistica in grado
di tenere i parlanti ancorati a esecuzioni
costantemente (e non di rado pesantemente)
informali. E questo, a sua volta, porta
dritto a riconoscere il popolino come
depositario principe della fiorentinità
linguistica: sono le produzioni degli
strati socioculturalmente svantaggiati
ad essere dunque al centro della ricostruzione,
proprio perché quegli atti altamente
incontrollati in grado di portare alla
luce il repertorio vernacolare sono
ritenuti frequenti (e pressoché
invarianti) in chi occupa i gradini
più bassi della scala sociale.
Curiosamente torna a ripresentarsi,
in qualche modo, l’etimologia
di “vernacolo”: il figlio
della servitù domestica dà
il proprio nome a una varietà
linguistica anch’essa minore e
subordinata, intrisecamente connessa
a una dimensione sociale e raccolta,
domestica, di modeste ambizioni. Agli
occhi degli autori vernacolari, così,
il toscano sembra trovare un convincente
spazio di autonomia, o comunque un’area
di non sovrapposizione con l’italiano
“senza aggettivi”, solo
a patto di mettere alla luce e di rinsaldare
i profondi legami con una dimensione
popolare all’interno della quale
le esecuzioni linguistiche trovano la
loro più sicura certificazione
di appartenenza linguistica.
Ma è bene dire e sottolineare
che non si tratta di una strada obbligata:
la realtà messa in scena per
esempio con grande efficacia da un autore
contemporaneo come Ugo Chiti evita programmaticamente
qualsiasi concessione alla popolarità
più o meno oleografica, e il
toscano proposto dai suoi personaggi
mostra i caratteri di uno strumento
linguistico capace di recuperare in
funzione simbolica la realtà
specifica, aspra e senza luce della
toscanità contadina.
Benigni, e
poi Benvenuti, Pieraccioni, Ceccherini,
Nuti, Panariello, Hendel…: il
toscano è predisposto (e condannato)
a essere lingua della comicità?
Una specificità
linguistica vissuta, almeno in termini
generali, come scarto in termini di
registro rispetto a ciò che viene
avvertito come la norma dell’italiano,
e non come autonomo connotato dialettale,
può portare a identificare la
riconoscibilità toscana come
legata a doppio filo ad una dimensione
particolarmente informale. E questo
non da oggi, se nella Firenze di inizio
Novecento c’era chi rivendicava
in versi, per la lingua locale, una
dignità stilistica evidentemente
ancora tutta da dimostrare, proprio
per i limiti intrinseci di una lingua
ritenuta incapace di sollevarsi da un
registro, a dir poco, eccessivamente
familiare:
Vien la strizza a ssenti’
qque’ bietoloni
Che voglian propalà cch’
i’ ffiorentino
Nun sappia sporre ben le su’ ragioni
Che co’ i’ pparla’
dda trivio o da casino.
Vista dall’esterno,
invece, questa incapacità di
sollevarsi da una dimensione globalmente
informale veniva invece sentita in quegli
stessi anni come una “gentilezza”
di idioma che si configurava proprio
nel suo andamento non libresco, nel
naturale disporsi delle esecuzioni su
una tonalità media di lingua
che il parlato nazionale avrebbe rincorrerà
praticamente per tutto l’arco
del secolo scorso. Era questo, insomma,
ciò che secondo De Amicis (sulla
scia di Manzoni) bisognava imparare
dai toscani:
E bada bene a loro
anche quando parli tu, ed essi t’ascoltano:
uno schiarimento che ti chiederanno,
un’ombra leggiera di stupore o
di dubbio, che passerà sul loro
viso, o un sorriso leggerissimo, o una
ripetizione emendata, che faranno quasi
senza volerlo, dell’espressione
d’un tuo pensiero, t’avvertiranno
che t’è sfuggita una parola
impropria, e perciò non chiara,
invece della propria, un’espressione
letteraria in luogo della famigliare,
una frase affettata in cambio di quella
semplice, ch’essi avrebbero usata
in quel caso.
Ma questa stessa caratteristica,
non di rado gentile ancora oggi alle
orecchie dei non toscani, dall’interno
della regione sembra essere stata percepita
“da sempre” come confine
invalicabile e per ciò stesso
limite costitutivo della propria competenza
linguistica. E questa immagine di un
repertorio intrisecamente informale
sembra accreditare una proposta del
parlato, e del parlante che lo esprime,
come portavoce di una generale istanza
di informalità, che in quanto
tale può trovare naturale testimonianza
nei toni caricaturali della comicità.
Quella marca stilistica che, a livello
di coscienza linguistica locale, segna
la differenza fra “toscano”
e “italiano” è la
stessa che sembra agevolare, se non
addirittura rendere possibile la presenza
linguistica, ma anche culturale in senso
lato di ciò che è toscano
nel panorama dell’Italia di oggi
(e in questa tendenza avrà sicuramente
il suo peso il carattere ormai periferico,
a livello sociale e culturale, della
Toscana). La vitalità e la visibilità
del toscano è affidata così
– e periodicamente rinforzata
– dal successo dei comici cine-televisivi:
proprio in questi giorni tocca a Ceccherini
esibire nel gruppo composito dell’Isola
dei Famosi quell’irriverenza toscana
di lingua e di spirito portata prepotentemente
sulla scena “nazionale”,
per la prima volta in modo organico,
dalla saga di Amici miei (avviata nel
1975). A questo proposito, andrà
sottolineata la tendenza a “schiacciare”
linguisticamente sul fiorentino il cliché
di toscano proposto fuori di regione
(solo Panariello presenta qua e là
tratti non fiorentini, di area generalmente
occidentale, ma è da capire quanto
questo venga recepito all’esterno).
In definitiva nell’aprirsi a una
platea più vasta il toscano tende
a risolvere l’esigenza della propria
riconoscibilità giocando tutto
su quello scarto in termini di registro
che anche all’interno del proprio
quadro socio-linguistico guida la collocazione
delle diverse opzioni fra ciò
che è “lingua” e
ciò che è “dialetto”.
In questo quadro complessivo la posizione
di Benigni è in origine quella
meno allineata verso la conferma dello
stereotipo di lingua e di ambiente appena
delineato: se solo consideriamo il cupissimo
monologo di Cioni Mario nel film Berlinguer
ti voglio bene ci rendiamo conto che
l’esibizione del dialettalità
è funzionale alla restituzione
di un senso angosciato dell’esistenza,
in cui il recupero dell’ingiuria
e dell’invettiva della tradizione
“contadina” cerca di esorcizzare
la realtà lacerata dalla morte
della madre. Il dialetto, dunque, non
è in Benigni lingua comica, e
del resto lui stesso affermerà
a più riprese che a far ridere
è la lingua del servo, mentre
il toscano – in quanto matrice
nobile dell’italiano – è
di per sé lingua del padrone…
Per saperne di più:
Neri Binazzi, “Per
un vocabolario dialettale fiorentino”,
in «Studi di lessicografia italiana»,
n. XIII (1996), pp. 183-252.
Neri Binazzi, “La fiorentinità
linguistica è vitale e popolare”,
in «Italiano & Oltre»
n. 4 (1999), pp. 207-216.
Neri Binazzi, Silvia Calamai, “Voci
di Toscana: Novelli, Paolieri, Chiti”,
in «Studi di grammatica italiana»
XXII (2003), pp. 105-169.
Silvia Calamai, “Una lingua forte.
Studio su due scene della Provincia
di Jimmy di Ugo Chiti”, in «Rivista
Italiana di Dialettologia», XXII
(1998), pp.125-168.
Silvia Calamai, “Surreale Toscana”,
in Ugo Chiti, La recita del popolo fantastico
(una trilogia), Milano, Ubulibri, 2004,
pp. 9-20.
Edmondo De Amicis, L’idioma gentile,
Firenze, Sansoni, 1987 (I ed. 1905)
Giacomo Devoto, Il linguaggio d’Italia.
Storia e strutture linguistiche italiane
dalla preistoria ai nostri giorni, Milano,
Rizzoli (B.U.R.), 1977.
Fabrizio Franceschini, “Dialetto
e folclore nella scuola. Il lungo silenzio
di Pisa. «Fare vernacolo»
o «parlare dialetto?»”,
in AA.VV. Il vernacolo nell’attuale
dibattito su tradizioni popolari, cultura
del territorio e identità collettiva,
Pisa, Tacchi, 1993, pp. 33-68.
Gabriella Giacomelli, “Dialettologia
toscana”, in «Archivio glottologico
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Giovanni Nencioni, “Essenza del
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e di parlato. Discorsi linguistici,
Bologna, Zanichelli, 1983, pp. 32-56.
Giovanni Nencioni, “Autodiacronia
linguistica: un caso personale”,
in AA.VV., La lingua italiana in movimento,
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pp. 7-33.
Annalisa Nesi, Teresa Poggi Salani,
“La Toscana”, in M. Cortelazzo
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(a cura di), I dialetti italiani. Storia,
struttura, uso. Torino, UTET, 2002,
pp. 414-451.
Teresa Poggi Salani, “Dialetto
e lingua a confronto”, in AA.VV.
Atlante Lessicale Toscano. Note sul
questionario, Firenze, Centro Stampa
MB, 1978, pp. 51-65.
Teresa Poggi Salani, “La Toscana”,
in F. Bruni (a cura di) L’italiano
nelle regioni. Lingua nazionale e identità
regionali, Torino, UTET, 1992, pp. 402-461.
Teresa Poggi Salani, “Motivi e
lingua della poesia rusticale toscana.
Appunti”, in «Acme»
XX (1967), pp. 233-286.
Beatrice Strambi, “La lingua in
Girolamo Gigli e Jacopo Nelli fra riflessione
teorica e comicità teatrale”,
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Poggi Salani (a cura di), Lingua e letteratura
a Siena dal ’500 al ’700.
Atti del Convegno (Siena 12-13 giugno
1991). Siena, Università degli
Studi, Scandicci, La Nuova Italia 1994,
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Fabio Rossi, “E con Roberto fa
divertire il mondo”, in «Italiano
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Alfredo Stussi, Lingua, dialetto e letteratura,
Torino, Einaudi 1993.
PietroTrifone, “L’italiano
a teatro”, in L. Serianni - P.
Trifone (a cura di), Storia della lingua
italiana, Torino, Einaudi 1994, vol.
II. Scritto e parlato, pp. 81-159.
www.accademiadellacrusca.it/Il_Vocabolario_del_fiorentino_contemporaneo.shtml
www.accademiadellacrusca.it/Intro_Vocabolario.shtml
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