| ARIA
FRESCA SUL VECCHIO CABARET:
la nuova ondata dei comici toscani
Roberto Incerti
GLI anni Ottanta significarono l’esplosione
di un’altra ondata di comici toscani:
Leonardo Pieraccioni, Giorgio Panariello,
Massimo Ceccherini, Alessandro Paci,
soltanto per citare i più noti.
In quel periodo dunque, la Toscana si
riconfermò terra di comici. Ma
mentre la generazione degli anni Settanta,
quella dei vari Benigni, dei Giancattivi,
di Hendel, molto attenta alla satira
politica, muoveva i suoi primi passi
all’Humor Side di Rifredi o sulle
tavole polverose dei festival dell’unità,
la generazione di Pieraccioni e soci,
figlia di quegli anni Ottanta cantati
da Raf, è nata nelle Tv private.
Il primo grande successo fu “Succo
d’arancia”, trasmissione
in cui si esibivano insieme Panariello,
Pieraccioni e quel Carlo Conti –
attualmente uno dei più popolari
conduttori televisivi italiani –
che ha sempre avuto il merito di il
talent-scout e il coordinatore dei nuovi
comici toscani. Arrivò poi il
boom della gloriosa e un po’ sbracata
trasmissione “Vernice fresca”
(che ebbe in seguito il prosieguo con
“Aria fresca”). La trasmissione
ottenne un piccolo record: 150 mila
spettatori a puntata e poi una tournée
nelle piazze toscane ne coinvolse altrettanti.
A “Vernice fresca” Pieraccioni
entusiasmava col personaggio del barbiere
Gino Della Marta che, grezza giacca
a quadri ed occhiali fuori moda, parlava
un improbabile, esilarante dialetto
calabro-fioretninno. Il Della Marta,
proprietario di una “Skoda station
wagon” era ossessionato da mille
problemi familiari. “Della Marta,
come tanti altri miei personaggi di
quel periodo – confessa Leonardo
Pieraccioni – erano conosciuti
soltanto in Toscana. Per questo li ho
poi reinseriti nel mio spettacolo cult
‘Leonardo Pieraccioni show’
che è stato uno degli spettacoli
dal vivo che ha battuto diversi record
d’incasso”.
“Vernice fresca” che aveva
in Pieraccioni e Panariello i fuoriclasse,
era comunque il successo d’un
gruppo di comici, di un gruppo di “Amici
miei” di un’armata Brancaleone
di geniale cialtroneria capitanata da
Carlo Conti (“Mi sono sempre ispirato
alle trasmissioni di Arbore e al “Gran
Pavese varietà” di Roversi
e Susy Blady) e di cui facevano parte
Niki Giustizi, Graziano Salvatori, gli
Specchio, Massimo Antichi, Andrea cambi,
Derek Simon, i Paradigma, Gaetano Gennai,
Walter Santillo e qualche volta “I
Due Mendi”. Era dunque dai tempi
dell’Humor Side o dal mitico Cabaret
Arcadia, cha a Firenze non esisteva
un gruppo altrettanto omogeneo di comici.
Ma al contrario dei loro colleghi più
grandi, figli del ’68, quelli
di “Vernice fresca”, la
cui età oscillava fra i 25 e
i 30 anni, hanno sempre privilegiato
un humor disimpegnato, immediato, fatto
di imitazioni di Renato Zero e prese
di giro di personaggi tipici delle Tv
private, come Mamma Franca e Robertino,
ruspanti venditori di pellicce livornesi.
“So soltanto – affermava
all’epoca Pieraccioni –
che con me la gente ride a crepapelle.
La mia è una comicità
d’impatto, senza troppe pretese,
vera ed efficace”. Proprio da
gruppo di “Vernice fresca”
uscirono due – su sei –
finalisti di “Fantastico ‘92”.
Pieraccioni si classificò secondo
e Derek Simon sesto. Leonardo Pieraccioni
adesso è – come è
noto – uno dei registi di maggior
successo, con film record d’incasso
quali “Il Ciclone”, “Fuochi
d’artificio” (160 miliardi
di vecchie lire d’incasso totale,
Depardieu gli ha detto: “Leonardo,
tu sei un fenomeno sociale”) e
il più recente “Ti amo
in tutte le lingue del mondo”.
Ma la sua filosofia d’umorismo
non è mutata: “Non sono
uno sceneggiatore da attico, vivo in
mezzo alla gente. Vado dall’ortolano,
dal macellaio e al sabato, con gli amici
di sempre (Massimo Ceccherini, Alessandro
Paci, Carlo Conti, Barbara Enrichi)
ceno nella stessa pizzeria, in periferia,
a Firenze. Per questo i mie film, gli
spettacoli, raccontano storie comuni,
che appartengono al quotidiano e che
tutti potrebbero vivere”.
Particolari inediti, sugli inizi di
Pieraccioni, li rivela Carlo Conti.
“Io e Leonardo ci conoscemmo nell’
’82. Eravamo in una discoteca
fiorentina, il Tiffany, dove presentavo
per una Tv privata ‘Ciak per artisti
domani’, una sorta di ‘Corrida’
per dilettanti allo sbaraglio. Arrivò
Pieraccioni che faceva l’imitatore.
Ci fece ridere con le parodie di Antognoni
e Grillo. A quell’epoca eravamo
entrambi impiegati. Io lavoravo in una
Banca in viale Mazzini a Firenze, a
pochi metri dalla casa di Leonardo,
che era in via della Mattonaia. Pieraccioni
invece era assunto alla Siet, una ditta
periferica, collegata alla Telecom.
Stavamo al computer diverse ore al giorno.
Qualche volta andavo a pranzo a casa
di Pieraccioni. Leonardo e sua madre
Carla mi aspettavano alla finestra.
Che vita! La sera si andava nei locali
a fare cabaret e la mattina dopo alle
sette ci si doveva svegliare. Era il
periodo della discoteca Alhoa di Fiesole.
Quando poi Leonardo decise di licenziarsi
organizzò una grande festa in
un noto caffè cittadino”.
Di un Pieraccioni ragazzo si ricorda
Giorgio Ariani, che si considera un
po’ il maestro del Gianburrasca
di Santa Croce. “La mamma di Leonardo
– afferma – voleva dissuaderlo
a percorrere il mestiere di comico.
Venne da me portandosi dietro Leonardo
che era un ragazzetto di quattordici
anni, che mi considerava il suo comico
preferito. Mi chiese di fargli passare
questa fissa di fare l’attore
e di convincerlo a studiare da ragioniere.
Signora, le risposi, se voleva che suo
figlio imparasse la matematica, mica
doveva portarlo a me, io faccio il comico”.
Lo stesso Pieraccioni, dall’alto
dei suoi successi odierni non sita a
raccontare due flop lontani. “Ho
fatto cabaret ovunque: nelle Tv private,
alle feste dell’Unità,
nelle discoteche. Ad accogliermi c’erano
sempre folle di spettatori. Ma ricordo
anche un paio d’insuccessi. Una
volta mi recai sulla spiaggia, a San
Vincenzo. Ero al sole e il pubblico
sedeva all’ombra, a 250 metri
da me. Al mio confronto Fantozzi era
un dilettante. Un’altra volta,
a Treviso, feci interpretai lo spettacolo
più corto del mondo, durato 30
secondi. Il pubblico ha subito fischiato
e sono fuggito”.
“Panariello sississì”.
Il comico fiorentino – ma versiliese
d’adozione – è stato
regista ed interprete di film di successo
come “Bagnomaria”(oltre
ad aver condotto un’edizione del
festival di Sanremo), ma la sua carriera
è nata sui palcoscenici. La notorietà
è dovuta ad una serie di personaggi
tormentone, ch el’attore propone
da tempo in teatro, televisione e, appunto,
nel film “Bagnomaria”. Questi
personaggi sono Mario il bagnino, Pierre
col marsupio, Naomo, il bambino Simone,
L’ubriaco Merigo, il vecchio raperino,
l’impresario Nando, l’esplosivo
Lello Splendor. Sono talmente popolari
che a carnevale c’è chi
si maschera come loro. Le gag poi vengono
imitate sugli autobus, negli uffici,
nei bar. I tormentoni di Panariello
hanno una prerogativa immediata: fanno
ridere a crepapelle. Ma dietro a questa
prima chiave di lettura, i vari Merigo
e Mario il bagnino, nascondono un lato
malinconico. In fondo i personaggi di
Panariello, apparentemente così
sbruffoni, esibizionisti, sono dei perdenti,
dei poveri cristi, figli della Commedia
all’italiana. “Per alcuni
– ammette lo stesso Panariello
– i miei personaggi sono soltanto
delle macchiette, in realtà diventano
caratteri. Basta un po’ di musica,
un cambio d’atmosfera che diventano
malinconici, trovandosi in equilibrio
precario fra ironia sfrenata e profonda
tristezza. Ognuno di loro cerca di strafare
per sconfiggere la propria solitudine.
Quel modo di urlare, di essere volgari,
è un modo per farsi notare in
un mondo dove tutti sono sopraffatti.
In fondo i vari Simone, Mario, il Pierre,
fanno come ognuno di noi: inventano
bugie per elevarsi dall’anonimato”.
Panariello ha ottenuto un bel successo
(il suo spettacolo ha battuto molti
record d’incasso) anche nel teatro
“serio” come protagonista
de “Il borghese gentiluomo”
di Molière con regia di Giampiero
Solari. “Alla fine ho baciato
il palcoscenico della Pegola, mi pareva
impossibile essere arrivato ad esibirmi
in un tempio del teatro classico come
è quel teatro. ‘Il borghese
gentiluomo’ di Molière,
col suo voler apparire per forza ciò
che non è, diventa un nobile
antesignano dei miei tormentoni plebei”.
Ancora Carlo Conti è testimone
delle prime esibizioni di Panariello.
“Conobbi Giorgio a Vibo Valentia
– era un imitatore fantastico
che aveva la sua perla inun Renato Zero
migliore dell’originale”.
Fu dopo esperienze quali “Succo
d’arancia” e “Vernice
fresca” che Panariello-Conti-Pieraccioni
vennero definiti gli “Amici miei
degli anni Novanta”. Non poteva
quindi non mancare uno spettacolo dal
vivo ch egli riunisse. Accadde nel ’94,
quando i tre moschettieri della comicità
toscana misero in scena “Fratelli
d’Italia”. Lo spettacolo
ebbe incassi da capogiro, ma riservò
poche novità. Gli “amici
miei” erano cresciuti. Il tempo
delle mele era già alle spalle
e probabilmente i tre sentivano l’esigenza
di volare di ali proprie.
Dirompente, un vero pugno nello stomaco
apparve fin dall’inizio la comicità
aggressiva dei “Due Mendi”
Alessandro Paci e Massimo Ceccherini.
Nei locali dell’hinterland fiorentino
si esibivano in spettacoli di cabaret
rigorosamente improvvisati dove a farla
da padrone erano i doppi sensi. Ceccherini
e Paci – veri eredi della più
viscerale Commedia dell’arte –
mischiavano genialità e cialtronaggine,
cadute di gusto e battute straordinarie.
I due comici – che qualche anno
fa hanno scalato le classifiche d’incasso
con film quali “Lucignolo”
e “Faccia da Picasso” –
hanno avuto nel loro “Pinocchio”
teatrale (in cui c’era anche Carlo
Monni) lo spettacolo-simbolo, il manifesto
della loro comicità. “Pinocchio”
nacque nel ’91 in maniera pressoché
clandestina. Al teatro Variety di Firenze
fu visto da poche decine di spettatori,
ma entusiasmò artisti come Benigni
e Pieraccioni. “Pinocchio”
si Ceccherini-Paci-Monni venne riallestito
nel ’97, prendendosi una bella
rivincita e trionfando in teatri importanti
come il Parioli a Roma, il Ciak a Milano,
il Puccini a Firenze. Dopo tanti Pinocchi
raffinati quello dei Mendi, liberamente,
ma molto liberamente tratto da Collodi,
restituiva al burattino l’aspetto
più plebeo e dissacrante, spogliandolo
dai molti significa ti metaforici che
in molti gli hanno regalato. Tutto lo
spettacolo è pervaso da furore
satirico, da spirito ludico e dispettoso,
come l’anima più autentica
del burattino di legno. Pinocchio diventa
Commedia dell’Arte super-plebea
dove le maschere sono le facce dei protagonisti.
Ma in fondo la volgarità di questo
Pinocchio, fatta di linguaggio metropolitano,
parolacce e doppi sensi, diventa anticonformismo.
E’ una volgarità inferiore,
rispetto a quella di tanta televisione.
Così lo spettacolo se la prende
con i talk show che speculano sulle
disgrazie altrui. Ceccherini è
un Lucignolo tossico, con lo sguardo
perso nel vuoto. Col suo linguaggio
popolare dice: “Ci si fa il cannino
e poi si va al barrino. E poi a ber
eil birrino e poi il fichino”…
Carlo Monni invece, in mutande leopardate,
canta a squarciagola: “Mare, mare,
mare, voglio affogare”. Sempre
Ceccherini è irresistibile nel
dar vita ad una improbabile fata turchina
ninfomane (“bellini quei capelli,
peccato la faccia, che la fa un po’
cacare”) Prima dell’esordio
del loro fortunato “Pinocchio”,
a Massimo Ceccherini venne un dubbio
e, scuro involto disse a Monni: Ma la
gente, la un crederà mica di
vedere i’ Pinocchio vero? Sennò
e ci bastonano”.
E adesso? Il nuovo secolo non sembra
offrire una generazione di ricambio
adeguata a quella uscita dal gruppo
“Vernice fresca”. “Noi
– a parlare è ancora Carlo
Conti – siamo esplosi dopo anni
di gavetta. Abbiamo tante volte recitato
gratis. Lo abbiamo fatto per investire
sul nostro futuro. Fra i giovani d’oggi
non credo che sarebbero in molti a volersi
impegnare in sacrifici di questo tipo.
E senza sacrifici e passione, è
difficile arrivare al successo”.
Una bella notorietà hanno comunque
ottenuta l’allievo di Alessandro
Benvenuti Andrea Muzzi e, soprattutto,
Crisitno Militello. I libri di quest’ultimo
che riportavano gli striscioni più
satirici apparsi nei vari stadi italiani,
sono diventati veri cult. C’è
poi il ciclone Andrea Agresi, spesso
inviato di “Striscia la notizia”.
Agresti mixa aggressività, humor
toscano e una controinformazione alla
Beppe Grillo.
Parlando di umorismo al femminile si
è poi di recente ricostituito
il gruppo “Le Galline” con
Katia Beni, Erina Lo Presti, Sonia Grassi.
Negli anni Ottanta spopolarono recitando
gli sketch dei Giancattivi.
Da qualche anno – sia nelle tv
private che in spettacoli di piazza
– sta ottenendo un lusinghiero
successo il gruppo “Sarà
ora?” Il capocomico di questa
compagnia composta da “nipotini”
di Pieraccioni è Andrea Bruni
che figura anche nel team degli autori
della trasmissione “Buona domenica”.
Come attori Bruni è interprete
di un humor efficace, immediato. Assieme
a Bruni c’è la conduttrice
Serena Manganesi, che sa elargire arguzia
e un pizzico di cinismo. Una delle star
di “Sarà ora?” è
il livornese Marco Conte, irresistibile
nell’imitazione di Carlo Azeglio
Ciampi. Notevole è il mago Gaetano
Triggiùano con giochi di prestigio
che sono un ensemble di sorprese, sensualità,
danza. Ecco poi l’uomo juke-box
Mons, Vittorio Corsi nei panni di Funari,
Jerry e Gelly, Lorenzo Bongianni e Lucia
De Ranieri, Marco Sabatoni, Ornella
Panzica, Paolo Degl’Innocenti,
Vittorio Corsi, Benedetto Testaino.
Divertono le imitazioni di Trapattoni
e Berlusconi di David Pratelli.
Fra i patron di “Sarà ora?”
– oltre all’agenzia Vega
Star che ha lanciato comici come Pieraccioni
e Panariello – c’è
il settantenne Gian Franco D’Onofrio
che è stato uno degli autori
di punta della trasmissione radiofonica
cult “I’ Grillo Canterino”
che dal ’58 fino agli anni Settanta
andava in onda su “Radio Rai”
e su “Radio Firenze” facendo
impazzire i fiorentini che imparavano
a memoria le battute di personaggi popolarissimi
come “Gano i’ duro di San
Frediano” e “La signora
Alvara”. In “Sarà
ora” la sua mano si fa sentire
nell’ironia immediata e nella
leggerezza delle battute. Gli sketch
prendono in giro ciò che la tv
prende sul serio: i reality show, le
sentenze dei cuochi, le previsioni del
tempo, i Tg.
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