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L’AMBULANTE
SCUOLA
BREVE
STORIA DELL’ OTTAVA RIMA IN TOSCANA
di
Alessandro Bencistà
LE ORIGINI
L’origine moderna
della poesia in ottava rima (narrata
e/o improvvisata) è da legare
al canto dei trovatori che, con la diffusione
delle lingue volgari venute d’oltralpe
furono accolti nelle corti d’Italia,
specialmente in Sicilia a quella di
Federico II e poi in tutta la penisola.
Contrasti che ci sono pervenuti da questa
primitiva “scuola” appartengono
all’ area genovese, siciliana,
lombarda, umbra. Sarà poi Firenze,
la città della nascente borghesia,
a raccogliere il vastissimo patrimonio
di canti, contrasti, poemi, favole e
quanto altro fosse gradito al numero
sempre crescente di abitanti che si
stava ammassando entro la cerchia delle
mura e nell’immediato contado;
l’ambiente più frequentato
per questo spettacolo popolare era la
piazza, nel caso nostro quella del Mercato
Vecchio e l’altra vicina di San
Martino, ambedue situate nell’area
dell’antico centro della “cerchia
antica”.
Da qui può partire una sommaria
ricerca sulla nascita e diffusione del
canto estemporaneo, che trovò
subito il suo metro adatto nell’ottava
rima, siciliana e toscana; quella toscana
(ABABABCC) deriva da un componimento
in lingua francese, “Au renouvel
de la douçur d’esté”,
del poeta Gace Brulé, che si
può datare sicuramente fra il
1180 e il 1185.
Questo rimatore provenzale
era senz’altro molto conosciuto
alla corte di Carlo d’Angiò,
ciò porta a concludere che anche
l’ottava toscana, come la siciliana
sia stata importata dalla Francia. Ciò
ovviamente, nulla toglie al peso storico
dell’iniziativa di Giovanni Boccaccio,
quando assunse l’ottava a strofe
dei suoi poemi narrativi; fino al 1340,
in quel suo splendido periodo giovanile
risiede a Napoli, dove frequenta assiduamente
la corte angioina, dove apprende questa
maniera di cantare che al suo rientro
fiorentino utilizzerà come metro
nei suoi poemetti. una di queste prime
ottave è presente nel suo Filocolo
(1336) cui seguiranno, il Filostrato,
il Teseida e il Ninfale fiesolano, che
ebbero una grande diffusione in Firenze.
Questo è da considerare un punto
fermo nella storia dell’ottava,
anche se la ricchezza e la complessità
della storia, resta aperta sempre a
nuove ipotesi derivanti da improbabili
ma non impossibili scoperte.
Soltanto nella metà del Trecento
inizia la diffusione nell’ambito
popolare dei cantàri e poemetti
in ottava (ma anche in terzine), cioè
nell’età di Antonio Pucci
e del poco più giovane Franco
Sacchetti; sono loro i primi ad iniziare
la storia del contrasto facendo uso
del metro boccaccesco, metro che durerà
con poche variazioni fino al Morgante
del Pulci, alla Nencia di Lorenzo de’
Medici e ai Reali di Francia dell’Altissimo;
si consegna così al Boiardo,
all’Ariosto e al Tasso una vastissimo
materiale di storie, leggende e cantàri
senza il quale non sarebbe stato possibile
creare quei mirabili capolavori di poesia
e di avventura che sono i poemi cavallereschi.
Con questi poeti l’ottava
raggiunge le massime altezze rinvigorendo
ancora di più il modulo popolare
che a “nuova vita restituito”
giungerà con i suoi epigoni fino
alle soglie dell’epoca contemporanea
passando attraverso il Menchi, il Sestini,
il Niccheri, la letteratura muricciolaia
e i quattrocento libretti da due soldi
(dieci centesimi) della editrice fiorentina
di Adriano Salani.
Possiamo dunque ammettere che la nuova
tecnica dell’ottava ha largamente
contribuito a codificare in una composizione
scritta moduli e tecniche della recitazione
orale, evoluzione ormai da considerare
qualcosa di più che un’ipotesi
probabile che trova corrispondenza in
una documentata elevazione sociale e
letteraria dei cantastorie di cui alcuni,
come il Pucci, non sono certamente rozzi
o incolti come sono stati definiti da
certa critica, ma attenti e fini conoscitori
della produzione letteraria non solo
volgare, ma anche classica; per rendersene
conto basta leggere attentamente la
produzione del campanaio fiorentino,
dai sirventesi, alle rime, al Centiloquio,
un’opera così vasta che
si stenta a credere come il banditore
ufficiale del comune di Firenze abbia
trovato il tempo per comporla tutta.
LA POESIA ESTEMPORANEA
DAL 1300 AL 1800
Alla fine del Trecento
dunque contrasto e poema in ottava si
sono ormai imposti e costituiscono un
genere autonomo. Esiste anche un “Trattato
dei ritmi volgari” scritto nella
seconda metà del Trecento (del
veronese Gidino di Sommacampagna) che
rifacendosi ad un analogo trattato in
latino del padovano Antonio da Tempo,
descrive minuziosamente questa forma
di poesia; ci dice che era cantato da
due compagni su una stessa materia che
i due si chiamano opponente e rispondente,
che ciascuno canta una stanza di otto
versi di undici sillabe di cui sei versi
con due sole sillabe (rime).
Dopo il Pucci e il Sacchetti questi
cantari in rima si estendono in tutta
l’area della Toscana ed oltre,
il Quattrocento sarà il secolo
in cui si consolida il primato culturale
di Firenze.
Contrariamente al “maestro”
che non lasciò mai Firenze e
le sue campane, i cantastorie che ne
hanno adottato il modulo, giravano di
città in città, di fiera
in fiera, ovunque ci fosse una festa
(laica o religiosa non fa differenza)
e di conseguenza una folla numerosa
disposta ad ascoltarli. Spesso venivano
anche ingaggiati e pagati dai comuni
allo scopo di dilettare popolo e signori.
A Firenze avevano un luogo fisso, quasi
uno spazio teatrale, ed era la piazza
di S.Martino, poco distante da piazza
della Signoria. Il popolo si sedeva
su delle panche, su una più alta,
come una specie di pulpito, saliva il
canterino (da questa abitudine il nome
di cantimpanca) che si esibiva accompagnandosi
con una chitarra o liuto e dimostrando
una certa pratica, affatto superficiale,
della musica.
Il Poliziano, che non disdegnava le
improvvisazioni in latino, lodò
in un suo scritto un certo Antonio di
Guido che ebbe tanta fama intorno al
1450. Alla sua morte l’umanista
Luca Landucci (1486) ne parlò
come il più celebre nell’arte
di cantare all’improvviso.
Scrive un suo contemporaneo di averlo
sentito cantare nella piazza di S.Martino
le guerre d’Orlando con tanta
eloquenza che pareva di udire il Petrarca,
e considerando la fama secolare del
poeta d’Incisa ci sembra un riconoscimento
degno di nota.
Peccato che non siano pervenuti fino
a noi esempi della poesia di questo
Antonio di Guido.
Fra i molti fiorentini che si esibirono
in questa piazza si racconta anche di
Lorenzo il Magnifico, di suo figlio
Piero e del Pulci.
I poeti improvvisatori fiorentini venivano
ingaggiati da altri comuni per far divertire
il popolo e i signori e, a quanto risulta,
venivano pagati lautamente; in un documento
rintracciato da Alessandro D’Ancona
è registrata anche la cifra con
cui alcuni di questi vennero stipendiati
dal comune di Perugina che li ingaggiò
a Firenze: quaranta fiorini d’oro,
non pochi se si pensa che nello stesso
anno fu “allogata” la celebre
cantoria del duomo di Firenze a Luca
della Robbia e abbiamo due documenti
che riportano uno stanziamento di sei
fiorini.
Si ricorda ancora un Cristoforo Fiorentino
detto l’Altissimo che ridusse
in ottave i “Reali di Francia”
di Andrea da Barberino; visse costui
dal 1480 al 1514, fu uno dei più
celebri cantori in panca e i suoi versi
furono anche stampati a Venezia nel
1514 e nel frontespizio dell’opera
si legge Reali di Francia di M.Cristoforo
Fiorentino detto l’Altissimo,
poeta laureato cantato da lui all’improvviso,
ma non si capisce bene chi fu a “laurearlo”
poeta. Un altro suo poema, “La
rotta di Ravenna”, fu stampato
con la scritta: In S. Martino di Firenze
all’improvviso, dell’Altissimo,
poeta fiorentino, poeta laureato, copiato
dalla viva voce da varie persone mentre
cantava.
Una certa fama sicuramente ebbe il “gran
lume aretin l’Unico Accolti”
di cui parla l’Ariosto nel suo
Furioso; Benedetto Varchi nella sua
commedia “La suocera” ricorda
infine le farse di Battista dell’Ottonaio
e di Nanni Cieco. Un’altra testimonianza
autorevole è quella di Benedetto
Dei, che nella sua Cronica ci riferisce
di cantari e sonetti.
In un codice della metà del Quattrocento
si trova un serventese col “Bisticcio
dell’acqua e del vino” che
ancora nel secolo seguente sarà
stampato col titolo “Contrasto
de l’aqua e del vino” in
ottave. E’ un tema ancora oggi
caro ai poeti estemporanei, soprattutto
considerando il fatto che in Toscana
quasi ovunque il vino era considerato
come un alimento indispensabile e in
quasi tutti i contrasti sull’argomento
si ricorda un celebre distico con cui
una non meglio identificata poetessa
alla quale era toccato di interpretare
la parte dell’acqua, alzando il
bicchiere chiuse l’ottava con
questi versi : “Tu sei carina
e lodar ti devo / mi ci sciacquo le
mani ma ‘un ti bevo”.

L’OTTOCENTO
Vogliamo iniziare a
parlare dei poeti estemporanei dell’Ottocento
ancora con una donna, che non ha nulla
a che vedere con le poetesse “colte”
di ambito arcadico.
Stiamo parlando di Beatrice Bugelli
di Pian degli Ontani, o la “poetessa
pastora” come è anche conosciuta.
Con lei incomincia la storia della poesia
di improvvisazione moderna che, con
ovvie mutazioni legate al divenire storico
e sociale, giungerà pressoché
inalterata fino ai nostri giorni.
In questa epoca la regione ove più
si conserva e si sviluppa il canto popolare
è la montagna pistoiese, o forse,
senza nulla togliere ad altre regioni
in cui la tradizione canora e poetica
è ricchissima (lucchesia, Mugello,
Casentino, Maremma) il caso volle che
eminenti letterati e amanti delle tradizioni
popolari, il cui studio si sviluppò
enormemente in epoca romantica, furono
assidui frequentatori di queste montagne
e lasciarono nei loro scritti una ricca
documentazione, Niccolò Tommaseo
per primo con la sua Gita nel Pistojese
dell’ottobre del 1832.
Ma ritornando alla nostra Beatrice Bugelli
va ricordato anzi tutto che questa poetessa
è ancora oggi, ad oltre un secolo
dalla morte, un mito nella memoria storica
e affettiva dei poeti estemporanei.
Nata nel 1802 nel comune di Cutigliano
era figlia di uno scalpellino e rimase
orfana di madre quando ancora era bambina;
seguì quindi il padre per tutta
la sua infanzia, dalla montagna pistoiese
alla Maremma. Analfabeta come la maggior
parte dei montanari, fu però
dotata fin da piccola di una memoria
prodigiosa che l’aiutò
ad imparare a recitare lunghi brani
poetici. Pur non avendo lasciato nulla
di scritto è considerata fra
i più grandi poeti improvvisatori
dell’Ottocento. Non staremo qui
a raccontare per esteso le vicende della
sua lunga e dura vita, quasi tutta trascorsa
nella montagna pistoiese; si occuparono
infatti di lei insigni studiosi, da
Niccolò Tommaseo, al Rossi-Cassigoli
a Francesca (Ester Frances) Alexander,
figlia di un ricco americano di Boston
che la frequentò a lungo e che
ci lasciò la maggior parte delle
testimonianze scritte sul suo canto
insieme ad una consistente mole di disegni
e testi con musica, Francesca Alexander
(la Toscana era diventata ormai la sua
patria) fu la sola e grande amica di
Beatrice, nella montagna pistoiese trascorse
lunghi periodi della sua vita; di lei
scrisse che “fu una delle donne
più meravigliose che ho conosciuto...anche
se la chiamano Beatrice di Pian degli
Ontani, lei veramente vive a Pian di
Novello...la sua casa è nella
valle del Sestaione e se c’è
un posto nel mondo più bello
di quella valle io non l’ho ancora
visto”.
Anche il Pascoli, giovanissimo, volle
andarla ad udire dalla sua Romagna;
Giovambattista Giuliani, famoso dantista
e autore delle “Delizie del parlar
toscano” scrisse di lei che “Ha
un par d’occhi grandi e nerissimi...nella
sua fronte rilevata e aperta sfavilla
l’ingegno” (Sul vivente
linguaggio della Toscana). Lo stesso
Giuliani scrive in una lettera al Tommaseo:
“Ebbi pur finalmente la consolazione
di vedere l’ammirabile Beatrice
di Pian degli Ontani e d’ascoltarne
il soavissimo canto, incredibile a chi
non l’ode. Ell’è
davvero un portento di natura: il suo
verso prorompe di limpida e larga vena,
e si dispiega abbondante né fallisce
mai...per divino istinto s’apre
e diffondesi a cantare di poesia, mentre
pur bada continuo al bestiame.”
Da questi autori riprendiamo le notizie
di contrasti poetici a cui fu chiamata
Beatrice, che continuò ad improvvisare
fino alla vecchiaia e la sua casa fu
ancora la meta di molti poeti. L’ultimo
fra gli scrittori che la conobbe viva
fu Renato Fucini che scrisse: “..al
Pian di Novello, nella misera casetta
dove io la vidi agonizzare”.
L’Ottocento non fu certo avaro
di poeti improvvisatori, se ne enumerano
ancora molti; tuttavia il giudizio che
ne scaturisce non sempre è positivo
come nei riguardi di Beatrice Bugelli;
strimpellatori , mestieranti, triviali,
grossolani, sono alcuni degli aggettivi
con cui si conclude il giudizio sui
poeti estemporanei; ma si tratta del
giudizio della critica che ovviamente
non intacca la fama di cui questi poeti
godettero fra la gente comune.
Ricorderemo fra i più noti: Giuseppe
Moroni detto il Niccheri, che ci ha
lasciato fra le altre cose un poemetto
in ottave sulla Pia de’ Tolomei
su cui avevano già cantato Bartolomeo
Sestini e Giuseppe Baldi. Lo sottolineiamo
perché la Pia del Niccheri ebbe
una fama straordinaria: diffusa prima
su fogli a stampa, riuscì nel
1875 nei librettini della Casa Editrice
Salani che arrivò a stampare
e diffondere in più edizioni
oltre 70.000 copie; uno sproposito per
quell’epoca. Ancora oggi queste
ottave del Niccheri risultano fra le
più amate e conosciute delle
storie in rima e vengono ricordate a
memoria in tutta la Toscana.
Fra i poeti ottocenteschi citeremo ancora
Anton Francesco Menchi, nato nel 1762
a Cucciano nella montagna pistoiese,
fu come scrisse il Giannini, il più
celebre cantastorie e poeta popolare
del suo tempo in Firenze. Racconta un
contemporaneo, Giuseppe Arcangeli, che
improvvisava nei giorni del marcato
nella Piazza del Granduca (Piazza Signoria)
e richiamava intorno a sé una
gran folla di campagnoli, quando suonando
il suo tamburello a sonagli faceva uscire
come per incanto da una cassetta una
faina addomesticata; fu avverso alle
idee rivoluzionarie che venivano dalla
Francia, cantò gli orrori della
novella Babilonia (la Rivoluzione) la
morte di Luigi XVI, e la cattura di
Papa Pio VI; contrariamente a certi
suoi contemporanei che celebrarono le
campagne e le vittorie di Napoleone,
Menchi fu autore di un lungo canto in
cui condannò aspramente le sue
guerre “che fecero morire miglioni
d’uomini” e infine ne celebrò
la caduta.
Ripristinati i vecchi Governi li salutò
con giubilo ma non ne chiese favori.
Continuò come testimonia l’Arcangeli
fino alla vecchiaia il suo mestiere
di cantastorie giocando nei mercati
con la sua faina e divertendo ancora
tutti coloro che lo attorniavano.
Suo è il celebre canto del coscritto
“Partire, partirò, partir
bisogna” che scrisse quando il
Bonaparte ordinò le prime leve.
Un canto bellissimo che fu diffuso in
tutta la Toscana ed anche fuori.
Lezioni simili di questo canto si ritroveranno
poi in diverse raccolte in varie regioni
italiane.
Gli ultimi decenni dell’Ottocento
segnano il periodo di maggior diffusione
della poesia popolare a stampa, le tipografie
si stanno ormai avviando la completa
ristrutturazione dei macchinari, le
moderne tecniche di stampa con la rotativa
permettono di ottenere tirature sempre
più alte ; il livello qualitativo
di questa “letteratura muricciolaia”
decade notevolmente, spesso per vendere
qualche copia in più si cede
al gusto del macabro e/o dell’osceno,
arrivando a pubblicare tutto ciò
che solleticava la curiosità
delle masse popolari, qualche titolo
di questi librettini è illuminante
: “I cento peccati delle donne”,
“Una moglie infedele che uccide
i figli”, “Un vecchio che
ha sposato dieci mogli”, “Storia
di una ragazza che ha cambiato 36 amanti”
ecc. ecc. Quanto alla forma metrica
è sempre il modulo dell’ottava
rima, specialmente il contrasto, ad
essere il più apprezzato dalle
poco alfabetizzate masse popolari. La
casa editrice Salani, da cui abbiamo
preso i titoli citati sopra, dal 1875
pubblicò 400 libretti popolari
da dieci centesimi, 20-22 pagine in
sedicesimo, che saranno ristampate fino
al 1930 circa ed ancora oggi sono un
punto di riferimento per la conoscenza
della letteratura popolaresca.
IL NOVECENTO
Col Novecento la stampa
è ormai largamente diffusa accanto
alla poesia orale e ne diventa l’ovvio
completamento. Spesso nelle fiere e
nei mercati questi cantori girovaghi,
che fino a pochi decenni prima erano
soliti accompagnarsi solo con gli strumenti
e poveri fogli volanti ogni tanto sequestrati
dalla attenta vigilanza delle guardie
di polizia, ora distribuiscono anche
dei libretti a stampa con le loro storie,
pubblicazioni in fogli o in sedicesimo
di cui la casa editrice Salani di Firenze
abbiamo visto era stata fra le più
attive.
Un’altra casa editrice che si
distinse per queste edizioni a carattere
popolare, questa volta in prosa anziché
in poesia, fu la fiorentina Nerbini;
grande diffusione ebbero le storie da
romanzo gotico di Ginevra degli Almieri
e di Pia de’ Tolomei, libretti
che a distanza di un secolo ancora si
ristampano (sempre da Nerbini) e trovano
un fedele ad appassionato pubblico.
Purtroppo la maggior parte degli originali
è andata perduta, è così
che la memoria dei poeti e cantori diventa
una fonte di documentazione insostituibile
per recuperare e tramandare anche interi
poemetti. Conosciamo vecchi appassionati
che oggi amano recitare e/o cantare
a memoria quelle storie tristi e tragiche
che un secolo fa erano in bocca ai cantastorie;
citiamo per tutti il maremmano Eugenio
Bargagli, che pur avendo superato il
novantesimo anno è ancora attivo;
il poeta improvvisatore di Agliana Realdo
Tonti e Bruno Malinconi di S.Giorgio
a Colonica.
Altre storie ispirate ad episodi di
vita vissuta sono giunte fino ai nostri
giorni, recuperando una fama che a quel
tempo aveva raggiunto un pubblico veramente
esteso; i mass-media odierni ebbero
in questi poeti e in questi fogli volanti
i loro precursori, divennero scuola
a pieno diritto, “ambulante scuola”
come la chiamò uno di loro, e
questa espressione è diventata
un manifesto.
Vogliamo rammentare qualche titolo :
la disperata storia di Angelica, “Una
Ragazza assalita da tre giovanotti e
vendicata dal fratello” che ancora
si tramanda di generazione in generazione
in Casentino e in Maremma, si tratta
di sestine composte da endecasillabi
secondo la più consueta tradizione
di cui si dice autore L.Magazzini, il
foglio è datato 1904. “Il
tragico fatto di Pellaro”, Truce
delitto di una matrigna, composizione
di Pilade Soldaini, senza data (1911?)
ma stampato probabilmente nella stessa
epoca a Firenze nella tipografia A.Bernardi.
Questi fogli hanno ancora una capillare
diffusione e la manterranno fino alla
fine degli anni Cinquanta, lasciando
poi uno spazio ai primi dischi microsolco.
L’OTTAVA
RIMA MODERNA
Se dei poemetti o canti
raccolti in fogli volanti ci restano
non poche testimonianze, non molto resta
invece del contrasto improvvisato in
ottava rima fino all’avvento di
quei rivoluzionari strumenti di documentazione
sonora che sono i dischi e i nastri
magnetici, questi ultimi soprattutto
che incontrarono subito il favore dei
poeti, in particolare quelli che avevano
utilizzato la loro arte per sopravvivere
col piccolo commercio ambulante.
La ricostruzione di alcune fra le maggiori
personalità poetiche del Novecento
è comunque affidata alla memoria
storica dei bernescanti contemporanei;
anche se di recente non mancano ampi
ed approfonditi studi sulla materia,
la maggior parte dei lavori editi riguardano
il canto popolare propriamente detto
(serenata, stornello, ballata ecc.).
Minor interesse ha incontrato presso
gli studiosi il contrasto in ottava
rima, su cui pesa il giudizio un po’
troppo approssimativo lasciato dagli
eruditi ottocenteschi che lo ritenevano
rozzo e triviale, quindi non degno di
essere trascritto e salvato. Nel secondo
Novecento invece l’argomento viene
riconsiderato soprattutto ad opera di
studiosi insigni come Ernesto De Martino
e Diego Carpitella, che ci hanno lasciato
una importante documentazione anche
sonora.
Ma vogliamo segnalare che il primo esempio
cantato del contrasto in ottava rima
lo abbiamo rintracciato in un vecchio
disco a 78 giri (Homocord) del 1930:
mezza ottava inserita in un monologo
in vernacolo fiorentino dal comico Giulio
Ginanni.
Dalla seconda metà degli anni
sessanta cominciano anche ad apparire
i primi dischi che i cantastorie e bernescanti
offrivano sulle piazze insieme agli
altri prodotti del loro piccolo commercio
ambulante. In Toscana i più famosi
che abbiamo potuto documentare e di
cui ancora si riesce a rintracciare
qualche disco originale furono attivi
nella zona di Firenze (Ceccherini, Piccardi,
Logli), di Prato-Pistoia (Andreini)
e in Maremma (Eugenio Bargagli, Severino
Cagneschi); i primi due gruppi trattano
quasi esclusivamente il contrasto in
ottava rima mentre Eugenio Bargagli
è un vero e autentico cantastorie
il cui repertorio spazia dal canto narrativo
e/o in quartine o sestine, alle storie
satiriche, agli stornelli.
Fra i poeti improvvisatori del primo
Novecento che hanno lasciato qualche
pubblicazione scritta, ricorderemo anzitutto
Idalberto Targioni e Vittorino Poggi,
del primo ci restano diverse pubblicazioni,
il secondo ha lasciato pochissimo, noi
conosciamo solo un libriccino rintracciato
nella Biblioteca Nazionale di Firenze;
recentemente sono stati pubblicati i
contrasti di due concorsi tenuti nel
1938 e 1939 a Querceto di Sesto Fiorentino
e organizzati dalla sezione locale dell’Opera
Nazionale Dopolavoro, vi parteciparono
alcuni dei poeti estemporanei più
famosi come Vasco Cai da Bientina, Mario
Andreini ( primo classificato) e Giuseppe
Masolini di Prato; nel concorso del
1939 è presente anche Gino Ceccherini
che nell’immediato dopoguerra
diventerà uno dei maggiori protagonisti
insieme al collega Elio Piccardi.
Anno XVI dell’ Era Fascista: i
contrasti del primo concorso di Sesto
sono del tipo madre e figlio, penna
e vanga, palombaro e minatore, Bartali
e Bini; nel secondo si celebreranno
invece i motti del Duce e vincitore
risulterà Vasco Cai. Certamente
il regime seppe creare un certo consenso
intorno alle manifestazioni popolari
ma non si creda però che il consenso
verso il regime sia sempre stato così
manifesto, anche se i gerarchi vigilavano
attentamente, ogni tanto qualche manifestazione
di aperto dissenso, se non di condanna
sfuggiva ai poeti che, non dimentichiamolo
sono sempre di estrazione popolare e
legati al mondo contadino o del lavoro.
E’ naturale quindi che, caduto
il fascismo, anche i poeti estemporanei
abbiano dato libero sfogo ai loro sentimenti
repressi per vent’anni; violente
e truci sono alcune ottave del poeta
Mario Andreini di Prato, “Mussolini
all’Inferno”, oppure “La
fuga di Gambe Corte” che Ceccherini
pubblicò in un foglio volante
nel 1946, contro il il re che “la
guerra la pigliava per uno sporte”.
Commossa invece la descrizione di Firenze
distrutta che Ceccherini cantò:
ci sono immagini molto belle che ci
dimostrano quanta arte poetica ci fosse
nell’analfabeta Ceccherini: “Piangere
tu gli vedi i Fiorentini / nel perder
l’arte con la poesia”, “di
vergogne ne abbiamo un monumento”,
non senza una certa pietà verso
coloro che avevano ridotto l’Italia
in quelle condizioni: “Dimolti
tu li vedi nel dolore / a capo basso
camminando ritti”.

DA VASCO CAI, GINO CECCHERINI ED ELIO
PICCARDI A OGGI
Il pisano (di Cascine
di Buti) Vasco Cai è unanimemente
riconosciuto come il più grande
poeta improvvisatore della seconda metà
del Novecento. Ne ha tracciato un bel
profilo Fabrizio Franceschini nel saggio
a lui dedicato, ma non ha lasciato niente
di scritto. L’avventura umana
e poetica di Ceccherini comincia invece
dopo la tragica e dolorosa parentesi
della guerra; ci preme richiamare a
mente quell’”ambulante scuola”
di cui abbiamo parlato prima.
Ceccherini non era da meno di Cai quanto
ad abilità nell’ improvvisazione
dei temi, chi li ha conosciuti entrambi
può renderne testimonianza; più
incline ai temi giocosi il primo, sempre
pronto allo scherzo e alla facile battuta,
quanto serio e riflessivo era Cai. Ceccherini
venditore ambulante era abituato al
pubblico e al clamore delle fiere e
dei mercati, un pubblico che richiedeva
da lui un’ora di puro divertimento,
anche se pur scherzando il poeta sapeva
spiegare con arte la sua visione della
vita e della società; Cai esigeva
la concentrazione e il silenzio, era
consapevole dell’impegno necessario
al poeta per esprimere il meglio della
sua arte.
L’ambiente in cui operò
Ceccherini fu la città di Firenze
e i centri del contado, con escursioni
anche nel pratese ma senza danneggiare
il suo collega Andreini, ambulante anche
lui, che aveva il suo territorio operativo
fra Prato e Pistoia e fu il suo primo
collega di lavoro.
Si unì poi ad Elio Piccardi di
Castelfranco di Sopra con cui lavorò
fino alla scomparsa. Spesso si univa
a loro anche il giovane Altamante Logli
di Scandicci, detto “il poetino”.
È a loro che ancora oggi dobbiamo
molte delle notizie sull’attività
dei bernescanti in quel periodo che
abbiamo cercato di ricostruire nel nostro
volume “I POETI DEL MERCATO”
cui rimandiamo per una esauriente antologia
dei loro contrasti poetici.
POETI DEL MERCATO, non solo perché
Ceccherini e Piccardi erano due venditori
ambulanti di lamette e poesia, ma anche
per sottolineare la continuità
della poesia popolare del Novecento
con quella dei secoli passati, a cominciare
da Antonio Pucci campanaio, che compone
un capitolo in terza rima sulle “Proprietà
del mercato Vecchio”, l’ambiente
ideale in cui nasce e si diffonde la
poesia che trattiamo oggi, una poesia
affatto banale, anzi ricca di stimoli
e di osservazioni sulla realtà
e sull’eterno confronto-scontro
fra le classi sociali esistenti, che
è anche confronto di cultura,
non solo di potere.

Fra i fogli volanti che distribuivano
fra un contrasto e l’altro, vogliamo
evidenziare “In 50 anni di canto
improvvisato / 41 poeti ho presentato”,
12 ottave in cui Ceccherini passa in
rassegna tutti i poeti estemporanei
allora attivi fra Pistoia, Arezzo e
Firenze, non senza una frecciatina contro
quei poeti “da vendemmiatura”
che fanno “più male che
dell’alluvione”. Un modulo
già presente nelle ottave del
Niccheri e di Vittorino Poggi che ebbe
fortuna e sarà ancora utilizzato
dal bernescante aretino Edilio Romanelli
che pubblicherà nel 1981 addirittura
un libro di 400 ottave (una per ciascun
poeta fra cui il giovane Roberto Benigni),
un vero e proprio censimento degli interpreti
del canto popolare in ottava rima.
Ci preme ricordare questo aspetto “letterario”
della loro produzione poetica, perché
senza il materiale cartaceo non sarebbe
rimasto quasi niente dei loro versi.
E furono ancora i bernescanti i primi
ad usare quegli apparecchi di registrazione
allora poco diffusi, che la tecnologia
moderna aveva appena incominciato a
produrre, come il magnetofono a pile,
testimone preciso di molti incontri
poetici nelle serate a cui venivano
invitati, feste dell’Unità
o altre occasioni di intrattenimento.
Dall’ascolto di questi vecchi
nastri abbiamo potuto mettere a confronto
le ottave di autentica improvvisazione
con le incisioni semiprofessionali dei
dischi in vinile, necessariamente più
brevi, essendo il contrasto legato al
tempo tecnico di durata del microsolco,
quasi sempre compreso fra i quattro
e i sette minuti. E bisogna riconoscere
che non vi sono differenze sostanziali
per quanto riguarda il contenuto delle
tematiche, quasi sempre anche il disco
inciso in sala di registrazione conserva
il carattere immediato e genuino dell’improvvisazione
sulle piazze.
Questi contrasti, oltre ad essere di
una sconvolgente attualità, conservano
ancora intatta la loro freschezza, come
se fossero stati improvvisati al mercato,
ciò a dimostrazione che, come
ancora oggi avviene quando si registra
una trasmissione nelle piccole televisioni
locali, anche in un ambiente estraneo
e non certo favorevole alla creatività
poetica, i nostri poeti erano capaci
di dare un saggio estremamente rigoroso
della loro arte.
Oggi anche la televisione
ha documentato sia pure approssimativamente
esempi di poesia estemporanea, ma i
tempi concessi dal piccolo schermo sono
troppo brevi, neanche un minimo di riscaldamento
per chi è abituato alle fiere
o mercati, alle lunghe veglie sull’aia
o al canto del fuoco, e manca l’essenziale
presenza del pubblico.
L’unica manifestazione in cui
è stato possibile ricreare, almeno
in parte, l’ambiente popolare
del passato sono gli Incontri di Poesia
estemporanea di Ribolla, oggi giunti
alla XIV edizione. Nel piccolo centro
maremmano rimane ancora un profondo
legame con la tradizione dell’oralità,
un amore sincero per l’improvvisazione
in ottava rima. Dal 1992 convengono
nel circolo locale i maggiori poeti
improvvisatori della Toscana e del Lazio,
si scelgono i temi col sorteggio, si
ascoltano in religioso silenzio i temi
proposti dal pubblico che affolla la
sala sempre pronto a sottolineare con
scroscianti applausi i migliori versi.
Da allora dobbiamo registrare una forte
ripresa della tradizione poetica estemporanea
che ha attirato anche un ricambio generazionale.
Sono stati pubblicati libri, articoli
di giornale, passaggi televisivi; un
interesse che è arrivato fino
alle aule universitarie. Sono poi nate
anche altre manifestazioni similari:
ad Agliana, Arezzo, Siena.
La poesia estemporanea, data per morta
più di un secolo fa, è
ancora seguita da un suo fedele pubblico,
ciò fa ben sperare.
Abbiamo osservato come la poesia degli
improvvisatori fosse stata nel secolo
scorso forse troppo sbrigativamente
accantonata come rozza, volgare e/o
priva di interesse storico o di valori
estetici tali da competere con gli stornelli,
i rispetti o i canti d’amore;
la sola Francesca Alexander, la cui
analisi non era viziata da poco opportuni
paragoni con i sommi poeti del passato,
riesce a dare di quel canto un’immagine
serena e veritiera, riesce a cogliere
pienamente il valore anche estetico
delle ottave contadine, che risplende
di una luce propria e, se non ha raggiunto
le vette supreme della poesia colta,
è perché l’ambiente
non ha permesso a questi poeti di superare
l’ardua barriera che separa le
due culture; vogliamo insomma dire che
se a Beatrice di Pian degli Ontani o
a Vasco Cai, o a Gino Cecherini fossero
state aperte le porte della scuola,
dei grandi teatri e delle accademie
letterarie, forse lo scaffale della
nostra letteratura avrebbe qualche poeta
in più da annoverare. Era successo
nel Settecento con Metastasio, è
successo ancora oggi con Roberto Benigni.
Il fatto che un poeta contadino ignori
Petrarca e Leopardi nulla toglie al
valore poetico dei suoi versi, quando
questi riescono a comunicare un’emozione,
un sentimento, in una sola parola riescono
ad essere “scuola”, quella
scuola ambulante di cui parlava Vittorino
Poggi.
Ma in quell’ambiente solo apparentemente
rozzo e volgare, dove vivevano pastori
e contadini, dove lo spazio lasciato
vuoto dalla “scuola ufficiale”
era enorme fino a pochi anni addietro,
si spandeva invece la voce del poeta,
il canto e la sua vena inesauribile
con cui sapeva affrontare (e trasmettere)
anche i grandi temi della storia; ed
anche nelle piazze e nelle osterie dei
villaggi, nelle aie e nelle grandi cucine
contadine, dove si trovava un’umanità
vera, poco disposta a scendere a compromessi
con quella che era la cultura ufficiale
dominante.
Il pubblico dei poeti popolari non lo
abbiamo mai visto annoiato come quello
che frequenta le scuole e le università,
anzi lo abbiamo sempre visto seguire
con vibrante partecipazione ogni occasione
di canto, perché quella era la
cultura in cui si riconosceva. Canti
fatti dal popolo e per il popolo, per
attenerci alla prima delle tre definizioni
di Rubieri (due: canti composti per
il popolo ma non dal popolo, tre: canti
scritti né dal popolo né
per il popolo ma da questo adottati
perché conformi alla sua maniera
di pensare e di sentire) che Gramsci
sottolinea nellle sue osservazioni sul
folclore.
La poesia di improvvisazione crediamo
di poterla collocare al primo punto
anche se del terzo contiene quel suo
“ essere conforme alla sua maniera
di pensare e di sentire”.
Scrive ancora Gramsci, ed anche questa
osservazione ben si adatta alla poesia
estemporanea, “ciò che
contraddistingue il canto popolare nel
quadro di una nazione e della sua cultura
non è il fatto artistico (bello,
sublime, rozzo...) né l’origine
storica (quando è nato il contrasto?
chi lo ha usato per la prima volta?)
ma il suo modo di concepire il mondo
e la vita. Che nel caso dei poeti ambulanti
si identifica perfettamente con la struttura
ideologica semplice ma essenziale, di
quella folla attenta e rispettosa che
si accalcava intorno alle povere bancarelle.
Abbiamo potuto documentare solo una
parte della loro opera, ma sufficiente
per capire a fondo la poetica dei bernescanti;
certo il bisogno di evasione delle genti
contadine, che vengono al mercato oppure
vanno a veglia, meritato riposo dopo
lunghe giornate di lavoro, spesso richiede
ai poeti un canto giocoso, e ne abbiamo
visto i temi, ma quando la storia incombe,
quando si devono giudicare (o decidere)
i grandi temi della Pace e della Guerra,
della Politica o della Religione, della
Vita o della Morte, i poeti non si tirano
indietro e affrontano la storia, senza
incertezze di giudizio: sanno e comprendono
benissimo dove sta il torto e dove la
ragione, dove sta la giustizia e dove
l’ingiustizia, il male (la violenza
e la guerra) e il bene (la pace e l’amore).
Il poeta popolare ha cantato Napoleone
e Mussolini, la democrazia e la dittatura,
la religione e l’ateismo, la natura
e la scienza, su queste categorie di
pensiero ha sempre dato la sua interpretazione
dei fatti con incrollabile sicurezza,
senza lasciare “ai posteri l’ardua
sentenza” come qualche altro poeta
ha fatto.
Alessandro Bencistà
BIBLIOGRAFIA
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BENCISTA' ALESSANDRO (a cura), L’alluvione
dell’Arno nel 1333 e altre storie
di un poeta campanaio, LibreriaChiari
ed. Reggello 2006.
TOSCANA FOLK, Rivista
del CENTRO STUDI TRADIZIONI POPOLARI
TOSCANE, numeri da 1 a 11.
Altre notizie sulle pubblicazioni di
tradizioni popolari in www.toscanafolk.it
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