| LA
COMMEDIA IN VERNACOLO FIORENTINO
DALL’ABATE ZANNONI A GIOVANNI
NANNINI
di
Alessandro Bencistà
Un breve percorso che accompagna la
nascita di un teatro fiorentino in vernacolo
ci obbliga a scegliere un punto di partenza
che faremo coincidere con l’opera
di Giovan Battista Zannoni, ma un breve
accenno sul periodo che portò
alla creazione delle celeberrime “ciane”
è doveroso; il teatro fiorentino,
e vogliamo circoscrivere la nostra breve
indagine a quello in vernacolo, non
nasce dal nulla, una tradizione drammatica
popolaresca che aveva utilizzato la
lingua parlata dal popolo esisteva fin
dal secolo precedente, nella Firenze
degli ultimi Medici, e ci riferiamo
a Giovan Battista Fagiuoli.
Si potrebbe esser tentati anche di compiere
un viaggio ancora più a ritroso
(Giulio Bucciolini citando un brano
della Clizia di Machiavelli si domanda
se il nostro vernacolo abbia sessanta
anni o cinquecento) andando a rispolverare
autori nelle cui opere si faceva largo
uso di un lessico per molti aspetti
assai vicino al vernacolo, quello che
si ascoltava nelle campagne o nei quartieri
popolari di San Lorenzo e Santo Spirito,
con felice espressione detti i Camaldoli.
Michelangelo Buonarroti detto il Giovane,
accademico della Crusca si soffermò
in particolar modo sul lessico del contado
creando “la prima opera scritta
da cima a fondo in vernacolo contadinesco
fiorentino” (è ancora una
definizione di Bucciolini) cioè
quel piccolo capolavoro in versi che
è la Tancia (1611) cui fece seguito
la Fiera (1618). E come non accennare
a Francesco Baldovini, cui dobbiamo,
sempre in versi Chi la sorte ha nemica
usi l’ingegno (1670 ca) e della
stessa epoca il breve prologo Il mugnaio
di Sezzate.
Nella seconda metà del diciassettesimo
secolo nonostante la decadenza culturale
della penisola, il teatro fiorentino
godeva buona salute, al punto che proprio
nella città del Granduca troviamo
i primi edifici appositamente edificati
per ospitare la commedia e altra varietà
di spettacolo, in musica e in prosa:
il Teatro del Cocomero (1650) primo
teatro stabile italiano fondato da una
Società di Ginnastica e di recitazione;
la società si divise quasi subito
nelle due accademie degli Infuocati
e degli Immobili, la prima rimase nella
sede di Via del Cocomero, la seconda
si costruì pochi mesi dopo un
suo teatro in via della Pergola (1651),
onde il nome del teatro. In antecedenza
le rappresentazioni teatrali utilizzavano
per l’allestimento spazi occasionali
quasi sempre ricavati in palazzi e residenze
private come il cortile di Palazzo Medici
di Via Larga, il grande salone detto
dei Cinquecento in Palazzo Vecchio,
spazi che venivano allestiti con strutture
provvisorie che si smontavano dopo la
rappresentazione. Il primo vero teatro
costruito appositamente per le recite
fu quello realizzato da Bernardo Buontalenti
all’interno del corpo di fabbrica
degli Uffizi (1586) e accanto il teatro
della Baldracca aperto al pubblico.
Da parte dei Medici si continuò
ancora per diverso tempo ad utilizzare
le ville residenziali che vennero quasi
tutte dotate di un piccolo teatrino
(Poggio Imperiale, Lappeggi, Poggio
a Caiano.
Sono questi gli scenari che ospitano
le commedie del Buonarroti, la Fiera
e la Tancia citate; la prima parla di
un cittadino fiorentino che andò
a fare il podestà nel castello
di Colognole in Chianti (Il Potestà
di Colognole fu anche il titolo della
commedia rusticale in musica che inaugurò
il teatro della Pergola) dove si teneva
una grande fiera; un diarista racconta
che fu recitata nella “sala grande
delle commedie” alla presenza
di S.A. il Granduca e che vi intervennero
più di tremila persone.

La prima opera che
fu rappresentata al teatro della Pergola
fu tratta dalla Fiera del Buonarroti
Nell’opera è già
presente una prima utilizzazione del
vernacolo (Buonarroti è alla
ricerca di materiale linguistico per
il Vocabolario) al punto che all’autore
viene rinfacciato fino all’epoca
moderna l’uso della parlata popolare:
“il linguaiolo alla caccia di
vocaboli peregrini perde troppo spesso
di vista la poesia” scrive Luigi
Fassò nella sua introduzione
al volume ed anche Bucciolini parla
di un “enorme polpettone”.
L’Apollonio invece mette in evidenza
una “teatralità comica”
che riassume l’opera del Buonarroti,
“non contento di quella raccolta
immensa della fiorentinità linguistica
ch’era il Vocabolario, cercava
alla vita e alla fortuna della parole
un più animato catalogo, un’esemplificazione
o più viva o almeno più
colorita, una rappresentazione, appunto,
affidata al teatro”.
La Tancia è anteriore alla Fiera
e secondo le intenzioni dell’autore
volle essere “un modello di farsa
rusticana, che riassumesse in sé
quel viaggio iniziato passando dall’idillio
contadinesco alla Catrina del Berni”,
è la storia di Piero, cittadino
di Firenze che è innamorato della
contadina Tancia, la vorrebbe sposare
togliendola a Ciapino, anche lui innamorato
di Tancia, mentre lei è innamorata
di Cecco.
Alcuni decenni dopo, Francesco Baldovini
(1634-1716), si cimenterà in
un’altra commedia di argomento
rusticale, Chi la sorte ha nemica usi
l’ingegno, dove il vernacolo fiorentino
domina in molte scene, ma già
era uscito un suo poemetto in ottave
tutto scritto nel dialetto dei contadini,
che ebbe subito una rapida diffusione,
Il lamento di Cecco da Varlungo, dove
la lingua si riallaccia ancora più
indietro, a Lorenzo de’ Medici,
e avrà una serie di imitazioni
fino all’Ottocento.

La commedia rusticale in versi di F.Baldovini
pubblicata da Moücke
E come tralasciare
un accenno a Giovan Battista Fagiuoli
che insieme ai senesi Gigli e Nelli
si pone come uno dei maggiori autori,
ricevendo anche gli elogi del Gigli
che con i fiorentini non era certo tenero.
È con loro che ci si avvia a
quella riforma del teatro avvenuta nella
metà del Settecento ad opera
del Goldoni che verso questa produzione
mostra grande stima e rispetto scrivendo
di “una pulitissima scuola fiorentina”
anche se dimostra certe perplessità
sui frequenti “riboboli”
che lo “incomodavano infinitamente”,
giudizi che peseranno sulla diffusione
delle loro opere.
Con questi autori ci si avvia anche
alla definizione di un pubblico diverso
da quello che assisteva alle rappresentazioni
teatrali, non più la ristretta
cerchia dei nobili che mettevano a disposizione
i loro teatrini privati, ma un pubblico
più eterogeneo proveniente dalle
popolazione della città, che
paga un prezzo, sia pure abbastanza
basso, per assistere agli spettacoli,
come è rilevato da Goldoni, molto
attento a quello che succede nell’ambiente
teatrale, non solo veneziano. Anche
a Firenze fioriscono i piccoli teatri
delle accademie, anche se il pubblico
non è dei più raffinati,
tanto che
Giovan Battista Fagioli
in una vecchia incisione
Antonio Magliabechi
in una lettera al Fagiuoli scrive che
le plebi si comportano al teatro come
al postribolo; nella risposta Fagiuoli
si difende richiamandosi alla difficoltà
di abituare il pubblico a tali frequentazioni,
soprattutto quando si tratta di “metter
mano alla scarsella”, come scrive
con felice espressione nelle sue rime.
Rammentiamo una sua commedia che viene
ancora ai giorni nostri considerata
“un piccolo autentico gioiello”
(Bucciolini), Il vero amore non cura
interesse (1725), scritta in un fresco
e caratteristico vernacolo campagnolo
che tanto piacque all’autore del
Giocondo Zappaterra.
Ma ormai siamo giunti ad un’epoca
in cui il teatro fiorentino è
ormai diventato quasi un fenomeno di
massa, è il pubblico pagante
che contribuisce alla crescita dei teatri:
anche alla Pergola viene ammesso per
la prima volta nel 1717. Non ci soffermeremo
su questo grande teatro che si specializzerà
nell’opera in musica e concentriamo
la nostra attenzione sul teatro del
Cocomero (oggi il defunto Niccolini)
dove invece si rappresenta un teatro
più popolare, comprese le commedie
all’improvviso.

Frontespizio del libretto popolare Salani
con le facezie del Fagiuoli
È questa l’epoca
in cui la scena fiorentina è
dominata dal Fagioli, prolifico autore
di testi ma anche di un diario, di rime
in cui troviamo interessanti annotazioni
sul costume dei fiorentini che si recano
a teatro: sul prezzo (2 lire), sulla
provenienza sociale degli spettatori
che come un certo Antonio Cocchi si
porta dietro tutta la famiglia compreso
il servitore. Veniamo a sapere che nel
1727, anno in cui l’ultimo granduca
mediceo Gian Gastone aveva consentito
anche alle donne di recitare, furono
venditi 825 “bullettini”.
Quello del Fagioli può essere
considerato, pur con tutte le riserve
del caso, un teatro popolare in lingua
fiorentina, in Firenze le sue commedie
si recitavano non solo nei teatri e
nelle ville, ma anche nel convento dove
erano suore le sue figlie. Certo la
diffusione di gran parte della sua opera
non esce dai confini della Toscana,
e l’autore avendo portato un suo
lavoro a Roma, nelle sue Rime si trovò
costretto ad ammettere questo genere
di difficoltà, che tuttavia vennero
superate con le traduzioni, come nel
caso della commedia “Il Cicisbeo”
che dopo aver fatto il pieno a Siena,
fu data con successo in tutta Italia
e perfino a Vienna.
LUIGI DEL BUONO
E L’INVENZIONE DI STENTERELLO
La figura di Stenterello
domina gran parte della scena teatrale
fra la fine del Settecento e l’inizio
dell’Ottocento. L’invenzione
di questa celebre maschera fiorentina
è opera di un artigiano orologiaio
amante del teatro: Luigi del Buono,
fiorentino di Rifredi nato nel 1751,
con bottega affacciata sulla piazza
del Duomo, ove una volta era situato
l’arco de’ Pecori, poi demolito
durante le ristrutturazioni di fine
Ottocento. Fu Del Buono a creare dal
nulla il suo personaggio, a interpretarne
le storie sui palcoscenici teatrali
di tutta Firenze; ne disegnò
anche la figura e il costume, una palandrana
fino al ginocchio, le calze a strisce
l’appellativo di POSA-PIANO ricamato
sulla veste insieme alla bottiglia e
al numero 28 che come si sa è
quello dei becchi, completavano il costume
un copricapo a tricorno, il lungo codino
secondo la moda settecentesca.
“Stenterello, scrive Guglielmo
Amerighi presentando alcuni suoi lavori,
non è una maschera (come quelle
di Arlecchino o Pulcinella della Commedia
dell’Arte) ma un carattere…
capace di insediarsi in qualsiasi realtà
rimanendo uguale a se stesso”.
Quando l’attore entra in scena
vuole rappresentare quello che il pubblico
desidera e in questa immedesimazione
fra Stenterello e il suo pubblico sta
il grande successo ottenuto da Del Buono
e dai suoi migliori seguaci. Ecco quindi
la critica alla società del tempo,
attività in cui i fiorentini
hanno sempre amato esercitarsi, la dissacrazione
dei valori, le sferzanti e sagaci battute
di spirito.

La classica figura di Stenterello disegnata
dal suo creatore Luigi Del Buono
Il teatro era sempre stato il grande
amore dell’orologiaio fiorentino,
che cedette la sua bottega per dedicarsi
completamente a questa sua passione.
In passato aveva frequentato l’ambiente
culturale dell’epoca, cioè
i salotti letterari di Arcadia; nel
1770 vi aveva conosciuto il giovane
Mozart, la celebre poetessa Corilla
Olimpica (Maddalena Morelli), si era
già distinto in una delle numerose
compagnie filodrammatiche allora numerose
a Firenze e nel 1776 entrò nella
Compagnia Toscana di Giorgio Frilli
che aveva la protezione del Granduca
e recitava al teatro del Cocomero.
Nella stagione teatrale 1779-1780 viene
chiamato a dirigere la Compagnia degli
Accademici Fiorentini che aveva la sua
sede nel teatro dei Solleciti in Borgognissanti,
dove proprio quest’anno è
stata apposta una lapide a ricordo dell’inizio
della sua attività. A questa
epoca si può collocare la nascita
di Stenterello che prese qualche spunto
dalla maschera di Pulcinella; proprio
a Napoli Del Buono aveva conosciuto
anche Faustina Zandonati, una brava
attrice cagliaritana poco più
che ventenne che divenne la sua compagna
nella vita e nell’arte.
Non esiste una documentazione precisa
di questo evento, non usava ancora il
diritto d’autore, ma sembra che
sia da collocare nel Carnevale del 1793
al teatro del Cocomero, quando Luigi
del Buono scrisse e presentò
al pubblico la commedia Fiorinda e Ferrante
principi di Gaeta con Stenterello buffone
di corte. Altre fonti parlano invece
de Il diavolo malmaritato a Parigi.
In questa occasione compaiono anche
i vestiti con ricamate le allusioni
di cui abbiamo detto e che verranno
modificate via via che altri attori
dopo Del Buono lo interpreteranno. Raffaello
Landini, riportando testimonianze orali
che si erano tramandate nell’ambiente
teatrale, parla anche di un mendicante
e di un barbiere come modelli di ispirazione.
Siamo già in presenza di quel
carattere furbo del popolano arguto,
libero, irriverente, pronto alla finzione
o al compromesso quando c’è
da trarne vantaggio. Del Buono, chiamò
subito Stenterello la sua creatura,
forse guardandosi allo specchio e vedendosi
piccolo, sparuto, magro e segaligno,
alla lettera la definizione si applica
a chi vive di stenti, oppure stenta
a tirare avanti.
La sua figura e il suo linguaggio schietto
e popolare piacquero subito, dando origine
a un dibattito che vide su fronti opposti
i letterati e i critici suoi contemporanei.
Fra i suoi nemici dichiarati gli accademici
della Crusca che allibivano di fronte
al suo vernacolo e alla sua morale;
scrive Paolo Lucchesini “Reazione
fin troppo chiara: Stenterello costituiva
l’altra faccia, quella plebea,
di quella lingua toscana letteraria
che ormai si era affermata come unica
italiana”.
Fra i suoi detrattori Giuseppe Giusti
che in una sua lirica allude alla sua
maschera che “sa di bettola e
di Bordello”; Collodi che evita
di inserirlo fra i burattini di Mangiafuoco.
Piacque invece ad altri letterati come
Jarro (Giulio Piccini), Giuseppe Cucchiara,
Bruno Corra che lo indica come il precursore
di Ettore Petrolini.
Firenze in quell’epoca vive una
sua stagione fervida per l’attività
teatrale, come ne sono testimonianza
i teatri che vi vennero insediati: nel
1779 il Teatro Nuovo (via Bufalini),
nel 1778 il Teatro di Borgognissanti,
poi quello della Piazza Vecchia (oggi
piazza dell’Unità), della
Quarconia ecc. C’era una continua
richiesta da parte del pubblico di commedie,
tragedie, farse, improvvisazioni; gli
attori comici come Del Buono furono
costretti a diventare registi, scrittori,
amministratori. Fra le sue molte commedie
stampate, sono degne di essere ricordate
le seguenti: Ginevra degli Almieri sepolta
viva in Firenze, La villana di Lamporecchio,
La bacchettona che sono fra le poche
ripubblicate in epoca attuale.

Un manifesto d’epoca che annuncia
lo spettacolo di Stenterello con Egisto
Paoli
Molte altre portano la sua firma e furono
chiamate “stenterellate”
ma non si contano le imitazioni apocrife,
anonime e quelle scritte dagli attori
che presero in eredità la sua
figura.
I più importanti “stenterelli”
dopo Del Buono furono Lorenzo Cannelli,
che forse ispirò al Giusti i
versi celebri “Zitto l’equivoco
/ di Stenterello / che sa di bettola
/ e di bordello”; piacque invece
ai fratelli De Goncourt che nel loro
libro L’Italia di ieri lo lodano
dicendo che “è un comico
grosso e bravo”
I De Goncourt ci lasciano una preziosa
testimonianza anche su un altro Stenterello,
Augusto Bargiacchi, che così
lo definiscono: “Una comicità
un po’ triste, ma l’attore
è bravo, e sente perfettamente
il suo mestiere”. Ne seguiranno
molti altri fra cui ricorderemo Amato
Ricci, Zanobi Bartoli, Andrea Niccòli,
Vasco Salvini e infine Mario Marotta
e Giovanni Nannini, ma ormai la celebre
maschera ha perso il suo originale smalto
primitivo.
Ricordiamo infine che le “stenterellate”
entrarono a far parte di quella “letteratura
muricciolaia” per il popolo e
furono stampate dalle case editrice
fiorentine Formigli, Ducci e infine
di Adriano Salani; ma ormai i testi
originali sono divenuti, come sottolinea
Amerighi “irriconoscibili”.
GIOVAN BATTISTA ZANNONI e GLI
SCHERZI COMICI
Giovan Battista Zannoni,
insigne letterato ed archeologo, nacque
a Firenze nel 1774 da genitori di umili
condizioni, ma che avendo intuito la
sua grande disponibilità verso
gli studi lo fecero iscrivere alle Scuole
Pie, dove ebbe come maestro Padre Pompilio
Pozzetti, che l’allievo ricordò
sempre con gratitudine.

Una delle più recenti edizioni
delle Ciane di G.B.Zannoni
Terminate le Scuole
Pie lo Zannoni frequentò la scuola
della Badia dedicandosi alle discipline
filosofiche e teologiche, imparando
poi la lingua greca e quella ebraica.
A seguito della sua sincera vocazione
fu ordinato sacerdote nel 1798 all’età
di 24 anni.
Quando, in età napoleonica, fu
soppresso l’ordine dei Padri Missionari,
si iscrisse fra il clero della parrocchia
Reale di S.Felicita, incarico che conservò
fino alla morte.
E’ del 1800 la sua nomina ad aiuto
bibliotecario della Biblioteca Magliabechiana,
poi vice-bibliotecario ed infine ammesso
all’Accademia Fiorentina.
Risale a questo periodo anche la sua
conoscenza dell’abate Luigi Lanzi
che lo iniziò agli studi sull’archeologia,
nel cui campo raggiunse una posizione
preminente.
L’abate Zannoni è ormai
diventato uno dei più illustri
personaggi della Firenze del primo Ottocento;
collabora al Giornale dei Letterati
che si stampa a Pisa, diviene istitutore
di Gino Capponi che lo ricorderà
nei suoi scritti e col quale in seguito
intrattiene una assidua corrispondenza.
Quando Capponi sposò la marchesa
Riccardi, gli dedicò la pubblicazione
(creduta inedita) di un manoscritto
contenente l’Edipo Re di Sofocle
tradotto da Bernardo Segni più
una dissertazione sull’urna etrusca
rappresentante Edipo e la Sfinge; alla
morte dell’abate Luigi Lanzi sarà
lui a sostituirlo nella carica di Regio
Antiquario della Galleria degli Uffizi
(1811).
Va sottolineato a questo proposito la
grande importanza che lo Zannoni ebbe
negli studi sull’antichità,
la sua molteplice produzione di saggi
ne attesta la profonda dottrina e lo
pone fra i maggiori esperti dell’epoca,
“terzo fra cotanto senno”
come scrisse l’amico Andrea Musroxidi,
cioè dopo il suo maestro Lanzi
e il Visconti.
La pubblicazione de La Reale Galleria
di Firenze Illustrata, che si cominciò
nel 1817 lo ebbe fra i principali artefici,
sono suoi i tre volumi sulle Statue,
Bassorilievi e Bronzi e i due volumi
su Cammei e Intagli.
Con le nuove illustrazioni, che sostituirono
quelle superate di Anton Francesco Gori,
ebbe elogi perfino dalla rivista milanese
Biblioteca Italiana, generalmente non
tenera coi fiorentini accademici della
Crusca. Fra coloro che intrattennero
con lui regolare corrispondenza figurano
i più illustri letterati e studiosi
dell’epoca, non solo gli amici
fiorentini, Capponi, Lambruschini, Niccolini,
Rossini e Tommaseo, ma anche stranieri
come Federico Schlegel e lo Champollion,
lo scopritore della stele di Rosetta.
La sua attività di studioso di
arte antica non si fermò soltanto
alla pubblicazione dei saggi, ma gli
procurò anche l’incarico
da parte del Granduca di Toscana Leopoldo
II di fare acquisti per le Gallerie
fiorentine e con questa mansione fra
il 1821 e il 1826 fu a Livorno, Cortona,
Roma, Bologna e Napoli.
Fra i diversi incarichi che ebbe, il
più importante fu sicuramente
quello di essere nominato socio dell’Accademia
della Crusca, fu uno dei sei deputati
nel concorso bandito nel 1810, nel 1812
uno dei dodici soci residenti, fino
a diventarne nel 1817 segretario; un
lavoro assai pesante soprattutto nel
momento in cui ferveva il dibattito
fra toscani e i lombardi della Biblioteca
Italiana.
Gli ultimi anni della sua vita furono
amareggiati prima dalla morte del fratello
Gaetano, che gli lasciò sei figli
in miseria, e poi da una grave malattia
che lo vinse nel pieno della sua attività
nel 1832, all’età di 58
anni.
Gli amici gli fecero innalzare un sobrio
monumento funebre nella chiesa di Santo
Stefano al Ponte Vecchio.
LE OPERE LETTERARIE
La cultura dell’
abate Zannoni fu essenzialmente classica,
quindi avversa alla scuola romantica
che si stava diffondendo in tutta Europa,
“l’antiquario fedele agli
Dei di Omero” come lo definì
il Guasti.
La sua opera letteraria è vasta
ma frammentaria, sparsa in opuscoli
e periodici diversi; la più logica
classificazione si può dividere
in scritti archeologici e letterari.
Citiamo fra i tanti contributi la collaborazione
ai giornali fiorentini L’Ape,
Collezione di Opuscoli scientifici e
letterari, l’Antologia, cui vanno
aggiunti Il Giornale dei Letterati di
Pisa, Il Bullettino di Corrispondenza
Antologica e il Giornale Arcadico di
Roma.
Un altro aspetto della sua copiosa produzione
letteraria sono gli scritti burleschi,
un settore che aveva in Firenze una
antica e prestigiosa tradizione, da
Rustico di Filippo al Burchiello, dal
Magnifico a Francesco Baldovini. È
del 1808 la Cicalata in lode dell’Asino,
un componimento giocoso di quelli che
si recitavano specie a Carnevale nelle
Accademie letterarie, ivi compresa quella
illustre e prestigiosa della Crusca.
L’intento di questa cicalata è
ovviamente satirico, negli asini si
riconoscono poeti e letterati del tempo
ostili all’autore, che non mancavano
in Firenze e altrove. Non si conosce
il nome dell’Accademia in cui
fu recitata (la definizione di Zannoni
è quella di società pappatoria)
ma l’intento satirico e dissacrante
dell’autore è evidente;
il successo fu immediato e non mancarono
le lodi di illustri letterati.
L’anno seguente, in occasione
delle nozze di Pietro Rinuccini con
Teresa Antinori, un altro componimento
burlesco, la prefazione alla favola
di L’Aracne, un poemetto in versi
sciolti estratto da un codice riccardiano
e attribuito in un primo tempo a Ottavio
Rinuccini, e in una seconda edizione
a Paolo Mini.
Nel 1809 fu pubblicata dal libraio Gaspare
Ricci in occasione delle nozze di Pietro
Rinuccini con la nobile fiorentina Teresa
Antinori, l’Aracne, poemetto in
versi sciolti, estratto da un codice
riccardiano attribuito ad Ottavio Rinuccini.
Lo stile tuttavia suscita non poche
riserve circa la veridicità dell’attribuzione
che, nella seconda edizione, fu poi
più ragionevolmente assegnata
a Paolo Mini.
Numerose anche le iscrizioni agiografiche
fra cui quella per il monumento di Dante
nella chiesa di Santa Croce. A queste
opere si aggiungano gli scritti in latino
e un lungo elenco di elogi di uomini
illustri che fu poi pubblicato dal Cavedoni
nell’Elogio di lui.
Il suo interesse si allargò anche
al campo della critica letteraria con
articoli, sulle opere di Esiodo e sulla
Cronica del Villani, ma la più
importante fu la riedizione del Tesoretto
e del Favoletto di Brunetto Latini,
paziente lavoro condotto su diversi
codici e documenti antichi che fu riconosciuto
subito un testo assai migliore dei precedenti
e punto di partenza per le edizioni
critiche più moderne. Il merito
di questi studi fu quello di aver riaperto
la questione circa la nascita e la vita
del maestro di Dante, in particolar
modo Zannoni considera di rilevante
importanza l’uso della lingua
sostenendo che “il Vocabolario
di nostra lingua debba il più
che si possa aver fondamento in libri
a stampa”.
Non tutti furono d’accordo con
questa sua posizione e subito la pubblicazione
dell’opera suscitò un vivace
dibattito con critiche anche aspre verso
l’autore, come S.Ciampi che affermava
“in fatto di lingua l’arbitro
e il testimone sempre vivo è
l’uso”, aspetto non certo
escluso dall’opera del nostro;
ma non meno numerose furono le lodi
pervenute da ogni parte d’Italia.
I QUATTRO SCHERZI
COMICI
La sua attenta e partecipe
frequentazione della plebe fiorentina,
certamente facilitata dalla sua condizione
di sacerdote, lo portò a scrivere
i suo scherzi comici, quattro in tutto,
che sono fra le prime importanti produzioni
teatrali in vernacolo fiorentino. Scritte
nella lingua della plebe, come egli
disse, per un teatro delle marionette,
presto furono adattate alle scene e
dopo aver ottenuto un notevole successo
vennero ritenute fra le migliori commedie
del primo Ottocento, le sole che in
questo periodo riescono a distaccarsi
dalla lezione goldoniana.
“In tanta rovina del teatro comico
fiorentino, scrive Emilia Ceccherelli,
una commedia semplice, piana, morale,
verosimile, di ispirazione paesana,
popolare, scritta nella lingua viva
del popolo, doveva sembrare senza dubbio
una liberazione, e venire accolta dal
plauso degli intelligenti e dal favore
del pubblico che vi trovava rappresentata
la sua vita, i suoi affetti, il suo
parlare. Così fu delle commedie
in vernacolo fiorentino dell’abate
Zannoni, le quali, un po’ per
i loro pregi intrinseci, un po’
perché reazione contro la commedia
straniera, paurosa ed inverosimile,
ebbero un pieno successo, e richiamarono
alla rappresentazione un pubblico numeroso,
quando i giornali stessi lamentavano
disertasse alcuni teatri”.
Nel 1819 furono pubblicate le prime
due, Le gelosie della Crezia e La ragazza
vana e civetta.
La prima non è ancora scritta
interamente in vernacolo, solo la Crezia
e la Carmelitana (un altro personaggio
popolare) lo parlano, il dialogo è
quasi sempre in lingua, sia pure popolare.
La commedia riesce ad animarsi solo
quando entra in scena la Crezia.
Lo stesso nella seconda, non tutti i
protagonisti si esprimono in vernacolo,
e, come nelle Gelosie della Crezia,
il dialogo si anima e riesce veramente
comico quando entra in scena qualcuno
che parla il vernacolo. “Questa
commedia, scrive ancora la Ceccherelli,
potrebbe piacere ancora oggi [1908]
sul teatro, per la sua comicità,
non tutta dovuta al vernacolo, ma in
parte anche alle situazioni, e per alcuni
caratteri ben disegnati”.
Accanto al grande successo bisogna anche
accennare allo scandalo che fecero sul
piano della lingua: il segretario della
austera Accademia della Crusca che,
in un periodo in cui si discuteva animatamente
sulla fiorentinità della lingua
italiana, aveva avuto il coraggio e
la sfrontatezza di scrivere e mettere
in circolazione dei lavori teatrali
in cui si faceva uso non della lingua
aulica e letteraria della grande tradizione
trecentesca e umanistica, ma della parlata
rozza e becera della plebe dei “camaldoli”
fiorentini. Non mancarono i soliti attacchi
e aspre critiche da parte di tutta la
pedanteria, fiorentina e non.
Il Giornale Arcadico scrisse nel 1822
a proposito della Ragazza vana e civetta
(“piena a dovizia di quei vocaboli
isquarciati e smaniosi”) che lo
Zannoni era stato “acremente ripreso
da alcuni accademici di aver dato in
questi suoi Scherzi comici una grande
arma da taglio in mano agli avversari
del parlare fiorentino.
Lo Zannoni si difese e nel 1825, seguendo
il consiglio del Muzzi (“ e vi
aggiunga quelle altre che ha inedite”)
pubblicava la seconda edizione degli
Scherzi comici accresciuta di due commedie
: La Crezia rincivilita per la creduta
vincita di una quaderna, e Il ritrovamento
del figlio.
La Crezia rincivilita era stata scritta
nel 1810 e rappresentata per la prima
volta al teatro dei Solleciti nel 1823.
Un vero capolavoro di comicità
; qui la maggior parte dei protagonisti
parla il linguaggio vernacolo, così
il dialogo appare sempre brioso, genuino;
una continua sequenza di frasi argute,
doppi sensi, botte e risposte che sgorgano
con naturalezza dalla bocca dei personaggi.
Un successo che anche ai giorni nostri
riesce ad attirare l’attenzione
del pubblico e della critica.
Di minor valore l’ultima commedia,
Il ritrovamento del figlio, lo riconobbe
anche l’autore, più frutto
“del capriccio che di matura considerazione”,
qui solo il secondo atto si anima di
una colorita lite fra donne in strada
che si accapigliano e vengono poi divise
da un merciaio presente.
Con i suoi scherzi lo Zannoni è
ormai ritenuto il vero fondatore del
teatro in vernacolo fiorentino. Scrive
L.M. Personè nell’introduzione
alle Cronache del teatro fiorentino
di Bucciolini: “Lo Zannoni non
si ferma al vernacolo, ossia alla forma
o all’esterno, ma, attraverso
il vernacolo, penetra nella realtà
– in tutta la realtà –
della gente che parla il vernacolo.
Egli ne interpreta le idee e i sentimenti,
le ambizioni e le delusioni.”
Quello che farà qualche decennio
più tardi l’altro “vero
creatore del teatro in vernacolo fiorentino”
(la definizione è ancora di Personè):
Augusto Novelli, e con lui Paolieri,
Vitali, Carbocci, Svetoni, Bucciolini
e tutti coloro che lo seguirono in questa
vastissima operazione culturale e sociale,
che seppe creare dal nulla non solo
un ambiente e una lingua legata alla
parlata della città ma anche
a quella del contado fiorentino recuperando
sotto questo aspetto la tradizione rusticale
che era stata avviata circa due secoli
prima dal Buonarroti e dal Baldovini.
E veniamo a presentare gli autori della
nuova commedia in vernacolo fiorentino
del Novecento, incominciando dall’autore
che nel 1908 creò quel suo piccolo
capolavoro che ancora viene largamente
rappresentata in teatro, Augusto Novelli.
AUGUSTO NOVELLI
FONDATORE DEL TEATRO IN VERNACOLO FIORENTINO

Due immagini di Augusto novelli tratte
da La Commedia fiorentina
Augusto Novelli nacque il 17 gennaio
del 1867 a Carmignano. La sua formazione
è essenzialmente autodidatta
e fin da giovanissimo cominciò
a frequentare l’ambiente del teatro
che gli era congeniale più che
la scuola, della quale fece appena le
prime tre classi elementari.
Le sue prime opere teatrali furono La
capanna del veterano e La Società
dei senza testa); nel 1885, diciannovenne,
scrisse una farsa (Una sfida ai bagni)
per la compagnia di filodrammatici di
L.Corsini che fu rappresentata al Teatro
Rossini di Firenze.
A questa commedia (che diventerà
in seguito Un campagnolo ai bagni) se
ne aggiunsero altre due comiche ispirate
al teatro francese, L’amore sui
tetti e Linea Viareggio-Pisa-Roma; poi
i drammi ispirati ai temi della società
e della famiglia, Per il codice e I
Mantegna.
La sua attività lo portò
così a contatto con la critica
ufficiale fino a considerare l’idea
della creazione di un vero e proprio
teatro fiorentino in vernacolo che doveva
portare all’abbandono della maschera
di Stenterello, ormai superata dai nuovi
tempi.
Novelli riuscì a vincere lo scetticismo
della critica che riteneva, come scrive,
il nostro vernacolo poco adatto per
“lavori veramente saporiti”.
Ridusse quindi in fiorentino una scenetta
del teatro milanese dialettale, La me
voer, che lui ribattezzò Pollo
freddo, superando in un sol colpo tutte
le vecchie scenette vernacole e le “stenterellate”.
La stampa, correva l’anno 1892,
non apprezzò molto l’esperimento
ma il giovane Novelli non si dette per
vinto.
Fu anche arrestato e incarcerato per
15 mesi per questioni politiche, le
sue idee socialiste non coincidevano
proprio con l’italietta crispina
di fine secolo, e proprio durante la
rappresentazione del suo lavoro in lingua
Il Codice, fu ammanettato e rinchiuso
alle Murate; qui scrisse un atto drammatico,
“Il morticino”, che venne
rappresentato nel 1893, mentre era ancora
in carcere, al teatro Salvini (poi Imperiale,
poi Capitol).
Quel lavoro dimostrava che anche il
vernacolo si prestava bene alle rappresentazioni
drammatiche e il successo che ottenne
lo incoraggiò a scrivere altre
opere. Seguì poco dopo un altro
lavoro in due atti, questa volta comico,
“Purgatorio, Inferno, Paradiso”,
che fu rappresentato nel 1894.
L’autore aveva così dimostrato,
come scrisse sedici anni dopo nella
prefazione all’”Acqua cheta”,
che “il vernacolo si adatta benissimo
anche alle scene tristi e drammatiche,
che lo stesso linguaggio può
del pari riuscire efficacissimo nelle
situazioni comiche”.
Tuttavia questi interessanti tentativi
rimasero isolati, anche perché
la compagnia di Alceste Rossini non
aveva nessuna intenzione di mettere
da parte la maschera obsoleta ma ancora
apprezzata di Stenterello.
Fu soltanto con l’intervento di
Andrea Niccòli che il progetto
di rinnovamento prese forma. Ce lo racconta
Giulio Bucciolini nelle sue particolareggiate
Cronache teatrali. Nel 1907 al teatro
Alfieri di Firenze si festeggiava con
un banchetto il grande attore Andrea
(Dreino) Niccòli che si preparava
ad affrontare il viaggio nell’
America latina, dove era stato invitato
per una tournée. Augusto Novelli,
salito sul palco a parlare, riuscì
invece a persuadere l’attore fiorentino
a tentare la fortuna con un nuovo progetto
di teatro, impegnandosi a scrivere una
commedia più nuova e moderna.
Anche il pubblico presente acclamò
a gran voce Novelli che promise di scrivere
un atto prima della partenza di Andrea.
Di atti invece ne furono scritti tre
che furono rappresentati il 29 gennaio
del 1908 col titolo “Acqua cheta”.
Era nato il teatro fiorentino moderno
che, secondo Silvio D’Amico, Novelli
“fabbricò tutto da solo”.
Il pubblico foltissimo acclamò
la commedia; non così la stampa.
Il “Nuovo Giornale” approvò
l’esperimento; “La Nazione”
apparve scettica e il suo critico, Giulio
Piccini (Jarro) scrisse un articoletto
di ordinaria amministrazione senza firma,
con qualche lode annacquata ma sottolineando
il gradimento del pubblico.
Mario Ferrigni invece, il critico del
“Nuovo Giornale” capisce
subito (anche se con qualche riserva
circa certe “espressioni vernacole
che oltrepassano il limite assegnato
allo spirito umano e garbato”)
che l’”Acqua cheta”
è il capolavoro di Novelli.
Scrisse ancora Giulio Bucciolini: “L’
Acqua cheta è comunque una commedia
ben fatta, semplice nella sua struttura
ma salda, un po’ più debole
nella condotta del terzo atto: ricca
di caratteri e di tipi, che sono diventati
popolari, come quelli di Ulisse e di
Stinchi bacalaro. Dialogo spontaneo,
saporito e spiritoso, senza sforzo.
Il suo grande successo a distanza di
50 anni continua”. Dopo la prima
il successo di pubblico fu clamoroso:
26 repliche consecutive

Frontespizio della rivista La Commedia
fiorentina che pubblicò nel gennaio
1930 L’acqua cheta
In seguito ne fu fatta anche un’edizione
in versi (dello stesso autore) cui furono
aggiunte le musiche di Giuseppe Pietri
che Cea, autore degli “scampoletti”
in calce alla rivista “La Commedia
Fiorentina”, sembra non apprezzare
molto, poiché scrive: “Il
Novelli commise per il primo la balordaggine
di ridurre in versi la deliziosa Acqua
Cheta per farla musicare ... lardellata
di musica, anche buona ... andò
in mano a quel qualunque comico o cane
che fosse”. Seguì anche
una preziosa edizione con le illustrazione
degli Alinari, infine un film realizzato
nel 1933 da G.Zambuto.
La compagnia di Andrea e Garibalda Niccòli,
nonostante alcuni malintesi e contrasti
con l’autore fu l’interprete
ideale di molti lavori del Novelli e
portò ancora al successo Acqua
passata (1908); Casa mia...casa mia,
L’ascensione e L’Ave Maria
(1909); Gallina vecchia (1911); La Cupola
(1913); Canapone (1914) dove erano trattati
temi realistici o storici.
Augusto Novelli fu anche giornalista
(a 20 anni dirigeva Il Vero Monello),
autore di liriche, bozzetti d’ambiente
e spettacoli di rivista, fra questi
ultimi Firenze a zig-zag (1912) e La
Kultureide (1916).
Dopo essersi ritirato a vita privata,
Novelli scomparve unanimemente compianto,
il 7 novembre del 1927.
Il testo completo delle sue opere fu
pubblicato in dodici volumetti dall’editore
Bemporad.
FERDINANDO PAOLIERI
IL CANTORE DELLA CAMPAGNA

Generalmente viene scritto di Paolieri
che è stato “un novelliere
che fece anche del teatro”. Nato
a Firenze nel 1878 da un avvocato, deluse
le aspettative del genitore abbandonando
gli studi liceali per iscriversi all’Accademia
delle Belle Arti, ove fece la conoscenza
col vecchio Fattori che lo avviò
allo studio della natura e alla frequentazione
dell’ambiente semplice e genuino
dei campi che sarà lo sfondo
di quasi tutti i suoi lavori, dalla
commedia, alle novelle, alla poesia.
L’amore per la pittura (ebbe anche
una breve frequentazione dell’ambiente
artistico parigino) lascerà presto
il posto a quello per il giornalismo;
lo troviamo poco più che ventenne
nella redazione del quotidiano fiorentino
“Il Fieramosca”, di cui
diventerà capo redattore nel
1905. Insieme agli amici Giuliotti e
Tozzi fonderà anche la rivista
“La Torre”, foglio piuttosto
reazionario che darà voce all’integralismo
cattolico e ribalterà la sua
originaria formazione anticlericale
di matrice carducciana; la vita del
giornale ebbe comunque una breve durata.
Risale a questo periodo anche il suo
poema in ottave “Venere agreste”
(1908) con cui tenterà la strada
della poesia.
E’ l’epoca in cui a Firenze
sta nascendo il teatro in vernacolo
auspicato (e creato) dal Novelli.
Paolieri non condivide l’idea
novelliana e parla di “oscena
bestemmia di una letteratura vernacola”.
Ma ormai ne aveva assimilato il liquore
con la sua frequentazione della campagna
fiorentina, prima come pittore e poi
come cacciatore: Impruneta, poi Greve
dove entra in contatto divenendone presto
amico con lo scrittore Domenico Giuliotti.
Fu così che nacque quel “ghiribizzo
filologico” che lo portò
a scrivere la commedia “I’
Pateracchio”, scene di vita della
campagna toscana, con cui nel 1909 vinse
anche il premio Bastogi, generosamente
creato dal marchese omonimo per il rilancio
del teatro fiorentino.
Nel 1910 la commedia è rappresentata
dalla compagnia Niccòli con grande
successo di pubblico e di critica.

Dreino Niccòli, interprete de
I’pateracchio, frontespizio di
uno dei primi numeri de La Commedia
fiorentina
Nella prefazione alla
prima edizione della commedia, aveva
dichiarato che non avrebbe più
scritto commedie in vernacolo, ma già
nel 1911 la compagnia del Niccòli
si presentava all’Alfieri con
una nuova sua commedia, “Il chiù”;
era il 3 febbraio del 1911 e fu ancora
un altro clamoroso successo.
L’anno dopo Paolieri esce con
“Gli Antidiluviani”, rappresentata
ancora all’Alfieri nel 1912; questa
volta la trama affronta un conflitto
generazionale che vede di fronte due
anziani coniugi fornaciai di Impruneta
(gli antidiluviani) e il loro figlio,
di vedute moderne che mette incinta
una giovane figlia della vecchia serva
che poi sposerà dopo aver messo
in confusione tutto l’ambiente
familiare. Ancora una superba prova
di Andrea e Garibalda Niccòli.
Fa seguito un insuccesso, “Gli
Spostati”, che forse per la materia
trattata assai meno popolare (una satira
della cultura del tempo) non convince
il pubblico fiorentino.
L’autore si rifà subito
dopo con “La Madonna di Giotto”,
rappresentata al teatro Argentina di
Roma e risultata un successo anche fuori
di Toscana. La trama è piuttosto
semplice, la vicenda si svolge nella
campagna fiorentina e racconta la storia
di una famiglia contadina rovinata dai
debiti contratti con un usuraio che
progetta di risanare l’economia
vendendo il prezioso quadro (la Madonna
ritenuta di Giotto) in loro possesso.
All’ epoca della prima Guerra
Mondiale (1915) Paolieri divenne critico
teatrale nel prestigioso quotidiano
fiorentino “La Nazione”,
succedendo a Giulio Piccini (Jarro);
l’anno prima aveva dato alle stampe
la sua raccolta di “Novelle toscane”,
un’opera dove “vi è
conservato, col rispetto alla lingua,
nostra gloria purissima da Dante in
poi, anche il rispetto alle tradizioni
di castigatezza, di sobrietà,
di fede”. Dopo la parentesi della
guerra a cui partecipa come volontario,
Paolieri riuscirà a riscuotere
ulteriori successi: romanzi, articoli,
un dramma religioso.
In collaborazione con Luigi Bonelli
scriverà ancora “Stenterello
e il Granduca” (1924) andato in
scena all’Alfieri nel febbraio
del 1924 ma senza il successo che l’autore
si aspettava. La commedia fu poi musicata
da Alfredo Cuscinà che la trasformò
in operetta.
Il 5 maggio del 1928, trascorsi pochi
mesi dalla scomparsa di Augusto Novelli,
se ne va dopo una lunga malattia anche
Ferdinando Paolieri.
Il teatro fiorentino è privato
in poco tempo dei due suoi maggiori
autori.
GIULIO BUCCIOLINI

Giulio Bucciolini nacque a Firenze il
3 febbraio 1887 e cominciò prestissimo
ad affermarsi come scrittore e commediografo;
forse non esiste nel panorama della
drammaturgia toscana un autore così
prolifico come lui, di cui si contano
circa una trentina di lavori teatrali.
La sua prima opera, Fuoco Morente, fu
rappresentata a Firenze nel Teatro Rinuccini
di via S.Spirito nel 1907, Bucciolini
aveva appena vent’anni, ma si
annunciavano da parte dell’Accademia
Filodrammatica altri suoi lavori: il
dramma in tre atti Alla macchia, il
monologo Che sfortuna!, l’atto
unico Ballottaggio. L’anno seguente
nasce, come ognuno sa, il teatro in
vernacolo fiorentino con L’acqua
cheta di Augusto Novelli, al quale,
come ognuno sa, non piaceva avere concorrenti.
Invece due anni dopo fu bandito il concorso
Bastogi che ci fece conoscere come drammaturgo
Ferdinando Paolieri, un altro cantore
della campagna fiorentina. Scrisse allora
Bucciolini che “L’esistenza
del nostro teatro è ormai assicurata,
ma a condizione che allarghi ancora
le sue basi e non si cristallizzi nell’ambiente
che ha fatto la fortuna del suo rianimatore”.
Nello stesso anno, il 1910, al Teatro
Salvini fu rappresentato quello che
è forse il suo lavoro teatrale
più noto, Il piovano Arlotto.
Nel frattempo Bucciolini si laureava
in giurisprudenza all’Università
di Siena, ma solo per poco tempo si
dedicò all’avvocatura,
la sua passione per il teatro lo portò
prestissimo ad occupare il posto di
critico teatrale al quotidiano La Nazione
e a collaborare, sempre nello stesso
campo ad altre riviste dell’epoca.
Dal 1915 il suo lavoro fu dunque quello
del giornalista, e prese il posto di
Ferdinando Paolieri nel frattempo richiamato
alle armi.
Come giornalista seppe subito inimicarsi
Augusto Novelli, che nel frattempo aveva
rotto con il grande attore Andrea Piccoli,
ma questa “ribellione alla dittatura
novellina, come scrive Paolo Emilio
Poesio, ebbe un riscontro sensibile
nello sviluppo della drammaturgia fiorentina”
che vide l’affermazione di un
consistente numero di giovani autori
in vernacolo: oltre Paolieri, Enrico
Novelli, Guido Mazzuoli, Giovacchino
Forzano, Giuseppina Viti Pierazzuoli,
Bruno Carbocci, Nando Vitali, Ugo Palmerini.
Fu merito del suo Piovano Arlotto se
la compagnia Niccòli, dopo l’improvvisa
scomparsa di Dreino, si risollevò
con le ventisette repliche della commedia,
che Raffaello, il figlio di Andrea,
ribattettezzò Le burle del piovano
Arlotto.
Il pubblico seppe apprezzare quei lavori
in cui la storia era inserita nella
vita della campagna fiorentina, con
i suoi personaggi, il lavoro dei campi,
la semplicità e la spontaneità
delle genti contadine. Nel 1923 ecco
il Giocondo Zappaterra, che fu apprezzato
dal critico e storico del teatro italiano
Silvio D’Amico, che parlò
di un testo “vivo, campagnolo,odoroso
di terra, di grano, di vino”.
Seguirono altre commedie in vernacolo
fra cui la deliziosa Fiera dell’Impruneta.
Negli anni intercorsi fra le due guerre
la produzione di Bucciolini fu in lingua,
ma dopo la scomparsa di Novelli, Paolieri
e la Garibalda il tatro fiorentino seppe
rinnovarsi con la commedia musicale
che riscosse un enorme successo grazie
a lavori come Il gatto in cantina di
Nando Vitali, e il Giocondo Zappaterra
del nostro, ambedue musicati da Giuseppe
Pietri che firma la musica anche de
L’acqua cheta di Novelli.
Questo genere continuò ancora
a riscuotere consensi, segnaliamo Il
diavolo in sagrestia di Riccardo Melani
musicato da Riccardo Morbidelli, e 77
lodole e un marito di Bucciolini con
musiche del maestro Alfredo Cuscinà.

Una delle ultime immagini di Giulio
Bucciolini con il sindaco di Firenze
Piero Bargellini
Nota ancora Poesio
che “i tempi si avviavano ad essere
neri. Dapprima l’imposizione del
regime fascista di abolire il teatro
in dialetto o in vernacolo, poi la guerra”.
Pochi anni prima il giovane e promettente
attore comico Giulio Ginanni era stato
bastonato a sangue dai fascisti per
il suo monologo sul Sindaco (scompare
improvvisamente poco tempo dopo a soli
27 anni) infine anche il tempio del
vernacolo fiorentino, il glorioso teatro
Alfieri, cadrà sotto i colpi
del piccone di regime.
Ma l’attività del teatro
in vernacolo non fu stroncata e apparvero
sulle scene nuovi attori e nuovi drammaturghi
che permisero al teatro in vernacolo
fiorentino di sopravvivere ancora a
lungo, fu la televisione casomai relegare
questa arte ai limiti della sopravvivenza.
Bucciolini scriverà ancora opere
di successo come La baronessa schiccherona,
La fine del mondo, C’è
sotto qualcosa, La donna più
bella del mondo, Signori di campagna,
La mi’ socera la fa le faville,
Ragazze da Marito, Bambine e cavalloni.
Con questi lavori si faranno strada
nuovi attori e attrici come Wanda Pasquini,
Cesarina Cecconi, Dory Cei, Giovanni
Nannini.
L’ultima cosa che ci preme sottolineare
della lunga attività teatrale
di Giulio Bucciolini, è il suo
lavoro di critico per il quotidiano
fiorentino La Nazione, una lunga storia
che ricopre l’arco di oltre mezzo
secolo di vita teatrale, dal 1908 fino
alla metà degli anni sessanta,
che è stata raccolta e pubblicata
da Luigi Maria Personnè nel 1982
in un bel volume Cronache del teatro
fiorentino, edito da Olschki, una delle
maggiori fonti per ricostruire la storia
della commedia in vernacolo fiorentino.
Giulio Bucciolini è scomparso
nel 1974.
VIRGILIO FAINI

Pittore e pubblicista, fine riproduttore
di stampe antiche, Faini ebbe fin da
giovane anche una grande passione per
il teatro ed esordì nel 1914
con “Una spina ni’ core”,
una bella e piacevole commedia, ricca
di dialoghi divertenti e spiritosi,
con una particolare attenzione al problema
sociale di quell’epoca.
Anche se la compagnia che per prima
la portò in teatro non era del
livello di quella del Niccòli,
quel suo primo lavoro ebbe un notevole
successo ed ottenne numerose repliche.
Illustrazione di Vichi per La Commedia
Fiorentina
Nel 1923 la commissione
della STAF prescelse ancora una sua
commedia, “L’Osteria del
pennello”, una storia brillante
ambientata nel Cinquecento e costruita
sulla figura del pittore Mariotto Albertinelli,
uomo faceto e amante delle burle; il
titolo allude al ritrovo preferito degli
artisti fiorentini di quell’epoca.
Nel 1929 la rivista mensile La Commedia
Fiorentina assegnò il primo premio
ad un lavoro che Faini scrisse insieme
a Giulio Bucciolini, “Il poeta
Fagioli”. L’opera, andata
in scena al Teatro Alfieri nello stesso
anno ebbe un discreto successo. Scriveva
il critico teatrale Yambo sul Nuovo
Giornale: “Il teatro era ieri
sera molto affollato. Gli amici del
teatro fiorentino hanno sentito l’odore
del successo dal nome degli autori”.
Si tratta di una burla in tre atti ambientata
nella Firenze di fine Seicento e liberamente
ispirata alle facezie del poeta e commediografo
Giovan Battista Fagioli; 28 repliche
di seguito e grandi consensi.
Nel 1931 Faini si cimenta con una commedia
musicata dal maestro Ugo Franceschi,
“La civetta e il barbagianni”.
La trama era piuttosto esile (la nipote
di un sagrestano che con la sua civetteria
attira le bramosie dei giovani ma in
segreto è innamorata di un pittore
per cui posa, facendolo passare per
bigotto); i felici brani musicati dal
Franceschi rendono vivace la trama e
la commedia ottenne numerosi applausi
e molte repliche.
Si arriva così all’ultimo
dopoguerra, un periodo che fa segnare
una notevole ripresa del teatro fiorentino
in vernacolo.
Il 27 luglio del 1953 va in scena al
Teatro Giardino in piazza D’Azeglio
“I’ due di briscola”,
tre atti piacevoli che divertirono il
pubblico; il due di briscola è
il marito succubo di una moglie autoritaria
tutta intenta a cercare un ricco marito
alla figlia.
Nel 1958 ancora al Giardino la compagnia
Niccòli va in scena con “La
ricetta di Menanni”, storia di
un vitalizio e relative burle ai danni
di un’ affittacamere. Sempre nello
stesso anno, a settembre, ormai quasi
novantenne, Faini riesce ad ottenere
ancora applausi con “Piuttosto
mi butto in Arno”, tre atti comici
che narrano la storia di una ragazza
che con tale minaccia cerca di evitare
il matrimonio progettato dal padre contro
la sua volontà.
Nel 1959 un altro successo al teatro
Cupolone con la novità “Babbo,
cambia moglie”, un lavoro comico-sentimentale
sul genere del suo fortunato esordio
“Una spina ni’ core”;
fu Dory Cei a portarlo al successo con
una moderna e intelligente regia.
Nel giugno del 1959 si festeggia il
decimo anno di attività del teatro
giardino di Piazza D’Azeglio,
dal 1949 quando riprese a funzionare
dopo la lunga e tragica parentesi della
guerra.
Il vecchio Faini celebrò l’anniversario
con un nuovo lavoro: “È
nato Stenterello”, un’opera
in cui viene ricostruita la vita dell’inventore
della celebre maschera fiorentina, Luigi
del Buono, l’orologiaio dalla
burrascosa vita familiare e attore comico
a tempo perso. Nel secondo atto, l’autore
ricostruisce la scena del teatro Ognissanti,
il luogo dove si rappresentarono le
“stenterellate” più
celebri. E’ questa la parte più
felice della commedia.
Ultranovantenne Virgilio Faini può
ancora assistere alla sua commedia giovanile
“Mi sento celebre” che fu
data al teatro Lido nel 1962.
BRUNO CARBOCCI
Carbocci nasce a Firenze il 6 giugno
1889 in uno dei quartieri più
popolari della città: il Ponte
Rosso. La famiglia era di umili origini,
il padre, calzolaio, lo fece studiare
con grandi sacrifici finché si
diplomò a soli 15 anni come maestro
elementare, mestiere che esercitò
nelle scuole del comune di Firenze.
Intraprese anche lo studio della musica
diplomandosi in pianoforte nel 1911.
La passione per il teatro lo prese fin
da giovane e a 17 anni scrisse la commedia
“Il debutto” che fu poi
rappresentato con successo a Viareggio
dalla compagnia di Andrea Niccòli
(1909), un lavoro piuttosto semplice
nella trama che fu apprezzato anche
dal critico Piccini Giulio (Jarro) che
ne lodò “la misura, rarissima
in uno scrittore di vent’anni”.
Seguì l’anno dopo “Il
dubbio” (1910), una commedia in
tre atti La Mummia, un bozzetto in un
atto di ambiente contadinesco. Addio
mia bella, addio, che fu rappresentato
al teatro Salvini, e un dramma in tre
atti, Italia mia, che in un concorso
drammatico si classificò quinto
su 350 concorrenti, ma non fu mai rappresentato.
Seguì poi un periodo di silenzio
in cui il teatro fiorentino è
quasi monopolizzato da Augusto Novelli
e nel 1919 un’altra commedia,
“Cavalleria e Pagliacci”.
Nel 1922 ci fu un concorso indetto dalla
STAT per incrementare lo sviluppo del
teatro fiorentino; Carbocci si classifica
secondo con il dramma “Autunno”,
rappresentato in teatro nel settembre
dello stesso anno, riscuotendo molti
applausi da parte del pubblico ma con
un’accoglienza tiepida da parte
della stampa.
All’inizio del 1924 scrive la
commedia comica “La moglie bella”
che piacque per la scorrevolezza e il
dialogo ben impostato, un grande successo
che lo fece balzare di colpo ai primi
posti nella scala di valori del teatro
vernacolo fiorentino; ne vennero date
molte repliche.
Sempre nello stesso anno la compagnia
Niccòli rappresentò l’altra
sua commedia “Mamma”, una
grande e superba interpretazione della
Garibalda, che entusiasmò il
pubblico fiorentino per la drammaticità
con cui seppe rendere la storia.
E’ il periodo più fortunato
e più intenso di attività
di Carbocci che continua la serie positiva
con altri lavori di grande successo.
Nel 1923 furono date tre sue commedie,
“Bona gente”, “La
famiglia” e “La Capannuccia”.

Prima edizione della commedia con una
bella immagine della "Sora Garibalda"
Con la prima l’autore
“continua la serie delle sue mamme”
come ebbe a scrivere Giulio Bucciolini.
Anche Ferdinando Paolieri, ne sottolinea
il successo scrivendo su LA NAZIONE:
“Il successo fu quale, in venticinque
anni di professione non mi è
mai avvenuto di vedere”.
Le repliche di “Bona gente”
arrivarono fino alla fine della stagione
teatrale.
Anche “La Capannuccia”,
una commedia tutta sentimento che fu
rappresentata dalla compagnia Niccòli
al teatro Argentina di Roma fece registrare
un colossale successo consolidando la
fama dell’autore. A novembre nello
stesso teatro viene data “La famiglia”
che ottenne ancora notevoli consensi
di pubblico e di critica. Scrive Guido
Chiari: “Qui la perfezione della
commedia vernacola è raggiunta”.
Va segnalata anche un’opera comica
musicale “Toscana innamorata”
che fu rappresentata nel Teatro alla
Pergola nel 1925 interpretata dalla
compagnia Attori riuniti; l’accoglienza
del pubblico fu calorosa e Carbocci
si presentò, oltre che come autore
del testo, anche autore della musica
e direttore d’orchestra, dimostrando
un buon gusto e abilità che gli
valsero il consenso della critica.
Volle ancora sperimentare il genere
comico prima con “Pazza gioia”
e poi con “I fidanzati”
data nel 1926 a Livorno, un piccolo
insuccesso che dimostrò tuttavia
le sue ottime qualità di autore,
pur ripetendo la “caduta”
all’Alfieri di Firenze.
Ma Carbocci si rifece dell’insuccesso
nel settembre successivo con “I’
Morino”, storia di un ragazzo
grande in quattro atti. Il debutto avvenne
a Prato e nel gennaio del 1927, l’Alfieri
ne consolidò il successo con
molte repliche lungamente applaudite.
La commedia affronta la storia semplice
di un ragazzo orfano di madre colto
nel suo difficile adattamento alla nuova
situazione familiare che si era venuta
a creare col secondo matrimonio del
padre.
Grandi lodi da due dei maggiori critici,
oltre che autori, del teatro fiorentino
Paolieri e Bucciolini; quest’ultimo
scrisse su IL NUOVO GIORNALE: “La
vera commedia del Carbocci non sta nella
trama, ma nel sapore, nel colore, nella
espressione che egli ha saputo dare
a dei quadri di vita vissuta in cui
la poesia è fatta di piccoli
particolari”.
Per la compagnia Niccòli Carbocci
scrisse ancora “La sora priora”
(1928), grande successo di pubblico
con 40 repliche ma non altrettanto di
critica; “Zulibbe”, carnevale
del 1929, una commedia drammatica di
intreccio un po’ complicato ma
che fa parlare il Chiari di una “bella
inimitabile semplicità carbocciana”.
“Il cantuccino” (1930) inaugura
la serie di commedie dopo la scomparsa
dei più validi protagonisti del
teatro vernacolo fiorentino: Novelli
scomparso nel 1927, Paolieri nel 1928
e Garibalda nel 1929. La commedia si
avvale di un buon primo atto che però
non mantiene le promesse negli altri
due.
Anche la seguente, “Nastro rosa”,
commedia comico-sentimentale in cui
si affronta l’arduo tema dell’educazione
dei figli, non raggiunse l’apice
del successo, nonostante un mese di
repliche che non riuscirono, come scrisse
Bucciolini, “a colmare il gran
vuoto lasciato dalla scomparsa dell’indimenticabile
Sora Balda”.
“Il mommo” (1931), fu invece
fra le più indovinate di Carbocci,
grande successo di pubblico con molte
repliche.
Poi seguirono i lavori scritti per la
compagnia di Irma Romanelli e Guido
Catelani: “Zio Fello”, “Rospaccio”,
“Via dell’Ariento”,
“Sole d’inverno” e
“La mamma malata”; infine
per la compagnia Attori Riuniti, “Giogi”
(1949) e per la compagnia Cinali-Certini
“I due secoli (Madama Dorè)”
(1952).
Nel 1953 un’altra novità
al teatro L’Amicizia di Porta
a Prato, la commedia drammatica “Popolo”,
un nuovo successo che conquistò
il pubblico.
Carbocci torna ancora al suo pubblico
al nuovo teatro Giardino con la commedia
“Vecchio Ponte Rosso”, vecchi
ricordi dell’infanzia che fu portata
al successo da Wanda Pasquini.
La sua attività si estese anche
al teatro in lingua con “Anime”,
interpretata dallo Zacconi, “Come
si muore”, “Italia mia”,
“Casa di bimbi” e “Chiesina
di campagna”. È scomparso
nel 1956 a 67 anni.
NANDO VITALI

Autore di canzonette, giornalista e
poeta, Nando Vitali esordisce al teatro
della Pergola di Firenze nel settembre
del 1926 con la commedia “Lo zio
d’America”, tre atti brillanti
ricchi di spunti ripresi dalla vita
quotidiana; il suo lavoro piacque, non
solo per la pregevole interpretazione
di due grandi del teatro fiorentino,
Garibalda e Raffaello Niccòli,
ma anche per quella semplicità
genuina che caratterizza molte delle
commedie fiorentine. Anche la critica
accolse positivamente questa sua prima
esperienza teatrale sottolineandone
le “piccole trovate nelle quali
è vivo il senso del teatro”
(Giulio Bucciolini su “La Nazione”),
ma fu soprattutto il pubblico a convalidare
il successo del giovane autore: venti
repliche alla Pergola e altrettante
in provincia. Con questo lavoro di Nando
Vitali nel 1927 inizieranno le pubblicazioni
de “LA COMMEDIA FIORENTINA, la
rivista mensile fondata da Arminio Messeri,
seguitissima e amata da un grande pubblico,
che sarà edita regolarmente fino
al 1933.
Il primo numero della rivista diretta
da Arminio Messeri
L’anno seguente viene dato all’Alfieri
“Filodrammatici”, commedia
più complessa che affronta il
mondo variegato del palcoscenico, con
tutti i piccoli e grandi drammi che
accadono dietro le quinte.
“La commedia ha il merito di trasportarci,
scrive sempre Bucciolini su “La
Nazione”, in un mondo che non
era ancora stato sfruttato per il teatro
vernacolo...tocchi felici, scorci efficaci”.
Ancora un successo cui fece seguito,
sempre nello stesso anno, un altro clamoroso,
al teatro Verdi, “Brigata Firenze”,
scene di fiorentini al fronte. Il trionfale
successo che ne seguì fece dire
al critico Alfredo Taviani “Ci
scusi l’autore. Gli applausi furono
rivolti a lui o a quel fante che per
41 mesi sopportò tutti i disagi
del silenzio, con gioia, oscuro ricostruttore
della patria?”
Successo genuino e meritato perché
non è impresa certo facile portare
in teatro le scene di trincea, ma Vitali
seppe mostrare “forza di mezzi
poetici non meno che drammatici”.
Nel dicembre del 1927, era da poco più
di un mese scomparso Augusto Novelli,
Vitali presentò, ancora al teatro
Alfieri, “Bisognino fa trottar
la vecchia” commedia destinata
a restare uno dei suoi successi più
duraturi, venti repliche consecutive
che nemmeno il tempo riesce a scalfire
e ancora oggi l’opera viene riproposta
con immutato successo.
Il 1929 fu l’anno di “Ragazzaccio”,
un tentativo, scriveva Guido Chiari,
di uscire dai confini che sembravano
inviolabili del teatro fiorentino; la
rappresentazione fu affidata alla compagnia
Niccòli, quattro quadretti sulla
poesia della campagna, pura e semplice,
resa con fresca spontaneità.
L’accoglienza del pubblico fiorentino
fu calorosa ed ebbe un gran numero di
repliche.
Nel luglio del 1929 moriva a Montecatini
la grande Garibalda e Raffaello Niccòli
fu costretto ad appoggiarsi ad un sodalizio
di amatori sorto per risollevare le
sorti della commedia in vernacolo.
Furono pochi appassionati che dettero
vita al “Gruppo degli Amici del
teatro fiorentino”. Si ricominciò
la stagione al teatro Alfieri con due
nuovi lavori, “Il cantuccino”
di Carbocci e “Il sor Antonio”
di Nando Vitali, quest’ultima
una commedia “che introduceva
nel nostro teatro un senso introspettivo
e intimista” (Bucciolini). La
stampa di allora sottolineò la
superba interpretazione del Niccòli
parlando di una delle sue migliori interpretazioni.
Vitali presenterà nel dicembre
ancora una novità, “Il
supplizio di Tantalo”, che poi
riproporrà modificandone il titolo
in “Cappone”. Si tratta
della storia di Bozzolo, figura anomala
di un popolano che vive arrangiandosi
con piccoli furti non sapendo fare altro.
Il 1930 fu l’anno di un altro
suo grande successo, “Il gatto
in cantina”, commedia musicale
con cui l’autore riuscì
a rivitalizzare il teatro fiorentino.
Fu un periodo veramente felice per questo
tipo di lavori che vennero replicati
per 60-70 volte; questo di Vitali fu
musicato da Salvatore Allegra, che si
era già cimentato con “La
fiera dell’Impruneta” di
Bucciolini; andato in scena all’Alfieri
nel febbraio resse il cartellone per
settanta sere di seguito. Vitali farà
musicare all’Allegra anche “Pollo
freddo” di Novelli, che andrà
in scena col nuovo titolo “Il
sogno di una notte”; ancora un
grande successo per questa accoppiata.
Un’altra commedia ambientata nel
nostro Risorgimento fu “La bella
vivandiera”, storia di Carmela,
fanciulla partita da Firenze col fidanzato
al seguito dei volontari toscani che
parteciparono alla battaglia di Curtatone.
Fu il più importante successo
del 1934, un periodo non molto florido
per il teatro fiorentino che riportò
anche Vitali alla sua non abbandonata
attività di poeta.
La ripresa avvenne nel 1939, dopo la
conclusione delle manifestazioni medicee
organizzate dal Centro studi sul Rinascimento,
quando venne rappresentata con successo
“La Clizia” di Machiavelli.
Per l’occasione fu costituito
anche un comitato per la rinascita del
teatro toscano e Nando Vitali si presentò
ancora con una novità, “Uno
dei nostri”.
Fu ancora un momento felice per attori
e registi che all’epoca erano
confluiti nel teatro sperimentale del
GUF, in via Laura.
La vicenda ricostruisce la storia di
un grande fiorentino, Antonio Meucci,
che aveva dato fama all’ Italia
con la purtroppo sfortunata e ignorata
invenzione del telefono. La scena si
svolge nei pressi di New York e affronta
la figura dell’inventore colta
in tre momenti della sua vita.
Dopo la parentesi della guerra, nel
tentativo di rinvigorire il teatro fiorentino,
anche Raffaello Niccòli scriverà
insieme a Vitali una commedia in tre
atti, riprendendo il tema de “Lo
zio d’America”: “S.Friano
street”, che andò in scena
nel 1947 al Radar, un teatro ricavato
nell’ ex-sede della GIL (poi cinema
teatro Cristallo) in piazza Beccaria.
Nel 1950 ancora un nuovo lavoro, “Vigili
urbani”, commedia che portò
per la prima volta sulla scena un ambiente
caratteristico e personaggi della vita
cittadina, era il 90° anniversario
della fondazione del loro corpo. Fu
un grosso successo che ebbe numerose
repliche e fu seguito dall’atto
unico “Paciocco”, storia
di un ubriacone e ladro che vende al
giornale “Il Fieramosca”
una notizia esclusiva, quella della
sua morte, facendosela pagare in anticipo.
Seguono cinque anni in cui Vitali resta
lontano dalle scene, rifacendosi vivo
soltanto nel 1956 con la novità
“Firenze..Orvieto..Amore”,
rappresentata al teatro Giardino di
Piazza D’Azeglio, commedia fresca
e graziosa che si svolge tutta in treno,
in uno scompartimento di seconda classe.
Tre atti che piacquero molto a critica
e pubblico.
Ricordiamo infine che oltre all’attività
di scrittore drammaturgo e giornalista,
Nando Vitali fu autore di piacevoli
testi per canzoni (Sul filobus di Fiesole,
Ne avevo una…, Signora Beatrice…)
e di un libro che pochissimi conoscono,
“I racconti del giglio rosso”
dodici “scene” illustrate
da Marcello Guasti, di fatti e personaggi
della storia e della leggenda fiorentina;
un raro volume pubblicato in soli trecento
esemplari come saggio finale degli allievi
grafici dall’ Istituto Professionale
“L.da Vinci” di Firenze
nel 1965.
UGO ROMAGNOLI (Max Dupon)
Scrittore a tempo perso
(la sua attività fu fino al 1927
la direzione dell’Istituto delle
Case Popolari) pubblicò le sue
prime opere con lo pseudonimo di Max
Dupon, poi abbandonato dopo il successo
delle sue commedie.
Scrittore poliedrico, la sua attività
letteraria spaziava dalle novelle al
romanzo, dal saggio alla commedia; non
fu soltanto un semplice commediografo
ma anche un attento studioso e cronista
del teatro vernacolo fiorentino. E’
suo il volumetto che racconta la vita
e la storia della più famosa
attrice della commedia: Garibalda Landini
Niccòli. Altre opere sono “Piccole
storie”, “Il diavolo e la
suocera”, “I Medici storia
e leggenda”, “Ginevra degli
Almieri”, inoltre il libro per
ragazzi “Crespino e Marmotta”
e i romanzi “Il re di Marenco”,
“Le martiri del chiostro”
e “L’Italia s’è
desta”; infine insieme a Ettore
Petrolini “Patalocco”.

La sua commedia “I’
Formicolone” fu messa in scena
per la prima volta il 26 giugno del
1920 a Prato. Lavoro agile e divertente,
racconta la storia di Giulia, figliola
del carbonaio Gianni, ragazza che si
monta la testa a causa della improvvisa
ricchezza del padre, che poi rifiuta
di sposare il giovane di modeste condizioni
che le aveva sempre voluto bene, finendo
poi per perdere la testa per un damerino
ricco ed elegante ma che la metterà
in mezzo insieme a suao padre. Il lieto
fine conclude tuttavia la commedia,
che allarga quel canovaccio già
affrontato dallo Zannoni nella “Crezia
rincivilita” e da Novelli nella
sua “Acqua cheta”.
Ormai raggiunta una certa fama, anche
come romanziere, fondò la S.T.A.F.
(Società Teatrale Artistica Fiorentina)
che si mise in concorrenza con la compagnia
di Augusto Novelli nel tentativo di
superare il dissidio che si era venuto
a creare fra questi e il Niccòli,
una rottura che stava per compromettere
le fortune del teatro fiorentino.
La nuova società diede anche
un notevole spazio anche ad altri autori
di commedie in vernacolo. Novelli fece
buon viso a cattivo giuoco e cercò
di adattarsi alla nuova situazione accettando
un introito di 45 lire al giorno come
diritti di autore.
Romagnoli scrisse per la compagnia una
nuova commedia, “Il signorino”,
che andò in scena a Prato nel
marzo del 1922 con un caloroso successo
di pubblico.
Il tema è quello del Formicolone
riadattato ad un giovanotto che si monta
la testa credendo di potere diventare
un grande artista, abbandona la casa
e la fidanzata e quando ritorna pentito
ottiene il perdono della mamma ma non
della donna che amava andata sposa ad
un altro.
Un’altra sua commedia fu “Il
vitalizio”, scritta nel 1928;
buon successo di pubblico ma non altrettanto
da parte della critica.
L’anno seguente scrisse “Ammazzami
vigliacco”, una farsa bizzarra
e assurda che racconta la storia di
un uomo che si impegna ad uccidere a
pagamento uno che non ha il coraggio
di farlo da solo; cinque atti che non
ottennero un grande successo.
Fu un tentativo, scrive il Chiari, di
uscire dalle consuete situazioni del
teatro fiorentino, ma rimaste allo stato
tale.
Nel 1933 Romagnoli partecipò
al concorso Paolieri ed ottenne un lusinghiero
secondo posto con “Lampade spente”,
presentato all’Alfieri il 31 gennaio.
E’ la storia di un artigiano fabbricante
di mobili che deve abbandonare il lavoro
a causa della vista che sta perdendo.
Il figlio, vedovo, spende tutti i soldi
con una donna e a causa di un debito
rischia anche la galera. Lo salverà
il padre ma commettendo un furto e finendo
lui in galera. Ancora disgrazie che
saranno poi risolte dall’improvviso
arrivo di uno zio d’America.
La commedia, ricca di intrecci vecchia
maniera non incontrò il gradimento
del pubblico e l’autore ritornò
alla sua vecchia attività di
romanziere.
Dopo la guerra fece parte del comitato
che promuoveva la nascita di una grande
compagnia teatrale che portasse il teatro
toscano alle antiche e gloriose tradizioni.
Presidente del comitato promotore furono
l’avvocato Eugenio Artom e il
commediografo Carlo Barbieri.
Il nostro Romagnoli
fu fra i primi e più impegnati
per sollecitare la rinascita cercando
di formare una compagnia aperta a nuovi
elementi anche militanti nel teatro
italiano. Il problema maggiore fu la
sede; scomparso il teatro Alfieri mancava
un grande spazio per l’attività:
la Pergola doveva servire per le compagnie
italiane, l’Alfieri non fu ricostruito,
il Niccolini fu ridotto a cinematografo,
così il progetto del Romagnoli
non fu realizzato. Rimase invece in
piedi la compagnia Niccòli che
poté usufruire dei locali nella
ex sede G.I.L. in piazza Beccaria dove
fu inaugurato il nuovo teatro Radar.
Allontanato così dalla sua attività
di commediografo Romagnoli morì
nel settembre del 1960. Scrisse di lui
Giulio Bucciolini: “Scompare con
Ugo Romagnoli il più popolare
degli scrittori fiorentini”. La
sua attività artistica è
stata lunga e molteplice, essendo iniziata
ai primi del Novecento e portata avanti
fino ad età avanzata.
ALESSANDRO ROSTER
Per la biografia di Alessandro Roster
riassumiamo il profilo che ne fece il
giornalista del Fieramosca Alfredo Cangi
(Cea) nella rivista mensile La Commedia
Fiorentina.
Il professor Alessandro Roster fu un
chirurgo di grido, specialista in ostetricia;
nato a Firenze nel 1865, vi morì
nel 1919 a soli 54 anni e subito dopo
la guerra, per una nefrite che forse
fu conseguenza del vertiginoso suo lavoro
negli ospedali militari.
Il teatro Fiorentino lo ebbe amico e
propagandista: la commedia che noi pubblichiamo
e che fu un vero successo di Andrea
Niccoli, è un modello di fattura
e un gioiello letterario; leggerla è
un godimento superiore forse all'udirla.
La commedia del Nostro aveva per titolo
originale "Beco sudicio",
ma qualcuno ebbe al naso quell' aggettivo
d'altronde storico, e l'autore si affrettò
a cambiarle titolo.
Lo stile elevato e la costruzione molto
diversa dalle facili commedie comico-sentimentali,
nonché le esigenze sceniche e
l'obbligo del costume hanno sempre fatto
tenere in disparte questo bel lavoro;
ma il successo non gli è mai
mancato quando, tanto il compianto Andrea
Niccoli quanto il figlio Raffaello lo
hanno rappresentato.
Scienziato e letterato, il Roster fu
anche un fervente propagandista di sport:
nel 1900, in piena vigoria fisica, lo
troviamo m una cerchia di amici che
avevano per guida l'ora defunto avvocato
Modigliano e per idolo la bicicletta.
Questo gruppo, dei quale ricordo quasi
tutti i nomi: Avvocato Modigliano, Signor
Adami, Signor Cleto Calosi, professor
Conti, dottore Alfredo Orlandini, professore
R. Panerai, Conte Grottanelli, e altri
ancora (alcuni sono vivi e vegeti come
il Calosi e il dottore Orlandini), pubblicava
a pura perdita una bella rivista: la
"Gazzetta Ciclistica" che
fu la pioniera delle riviste sportive
in Toscana; il professore Alessandro
Roster e il dottore Alfredo Orlandini
scrissero in collaborazione anche un
bel volume illustratissimo "La
tecnica del velocipede" e la "Pratica
dell'allenamento", oggi introvabile.
Piacevole parlatore, leale, simpatico,
il professore Roster è rimasto
nella mente e nel cuore di quanti lo
avvicinarono.
Il titolo della sua unica commedia è
Fra le disturne e i canti, e come sottotitolo
scene della vita di Domenico Somigli
detto Beco Sudicio, improvvisatore fiorentino
della seconda metà del XVIII
secolo.

Andrea Niccoli (Dreino) interprete della
commedia di Roster
Pur non potendo vantare
una bibliografia drammatica più
ampia a causa della prematura scomparsa,
Roster ebbe il merito di riproporre
all’attenzione del pubblico una
figura della Firenze granducale che
ebbe a suo tempo una discreta fama.
Il suo lavoro uscì nel novembre
del 1910, poco dopo le due più
famose commedie che diedero inizio alla
rinascita del teatro in vernacolo fiorentino
(L’acqua cheta e I’ pateracchio),
un elegante volumetto edito da Bemporad,
che in seguito pubblicherà tutta
l’opera di Augusto Novelli; Roster
non si limita soltanto alla scrittura
della sua commedia, ma ci fornisce anche
delle utili notizie sulla figura di
Domenico Somigli, alcuni esempi della
sua arte, e illustra il libro con i
disegni di Antonio Micheli e alcune
bellissime e rare fotografie di Dreino
Niccòli che ne fu il primo interprete.
Fra le disturne e i canti fu poi riproposta
dalla rivista di Arminio Messeri e ed
è inserita nella collana Commedia
Fiorentina oggi edita da FirenzeLibri.
Altri autori di commedie in vernacolo
fiorentino saranno attivi fino alla
chiusura del teatro Alfieri, il tempio
del vernacolo fiorentino chiuso e demolito
durante il fascismo; ci sarà
poi la drammatica parentesi del secondo
conflitto mondiale.
Quasi tutti furono pubblicati dalla
rivista La Commedia fiorentina diretta
da Arminio Messeri, ci limitiamo per
adesso a presentare l’elenco completo
dei titoli usciti fra il 1927 e il 1933,
anno della cessazione delle pubblicazioni.
IL TEATRO IN VERNACOLO FIORENTINO
DAL 1934 AD OGGI
Il palcoscenico del demolito
Teatro Alfieri
La demolizione del
Teatro Alfieri, che per tanti anni aveva
ospitato le più importanti compagnie
e le maggiori opere della commedia fiorentina
moderna, fu decretata dal regime fascista
nel 1934 per “risanare”
il quartiere di Santa Croce. Fu così
perduto uno dei templi della realtà
teatrale di Firenze e questa decisione
causò una forte crisi nella produzione
della commedia in vernacolo che nel
1935 nonostante i tentativi di rivitalizzazione
mostra segni di cedimento che anche
Giulio Bucciolini sottolinea: “Ugo
Palmerini continuava imperterrito a
dar copioni su copioni a Gilberto Govi,
che li riduceva in dialetto genovese
con grande successo; Ugo Romagnoli s’era
rimesso a scrivere romanzi, Nando Vitali
a comporre poesie e Emilio Caglieri
era tornato a Checco Durante, che riduceva
le sue commedie in romanesco…
Bruno Carbocci chiudeva il suo ciclo
teatrale dedicandosi esclusivamente
alla missione di maestro elementare.
Il teatro fiorentino vivacchiava per
forza d’inerzia”. Poi la
morte di un altro bravo attore, Renato
Lacchini.
Bucciolini si rende conto della crisi
che stava attanagliando il teatro in
vernacolo specialmente dopo la chiusura
definitiva della rivista diretta da
Arminio Messeri La commedia fiorentina
(marzo 1933); dopo non uscì più
nessuna pubblicazione in vernacolo;
nel 1935 scioglimento della storica
compagnia Piccoli, poi le nuove disposizioni
imposte dal regime, se si voleva ottenere
il nulla osta per diffonderla bisognava
ridurla in lingua: “Il regime
fascista, scrive nel 1938 Bucciolini
nelle sue cronache, aveva dato il bando
a tutte le rappresentazioni dialettali
ed anche vernacole, perché temeva
che, col fiorire della regionalità,
si attentasse all’unità
della patria. Tanto erano odiati il
dialetto e il vernacolo che se ne proibivano
perfino le pubblicazioni”.
Ancora qualche energia si coglie nel
Teatro Sperimentale del G.U.F. di via
Laura, una riedizione della commedia
di Stenterello e della commedia classica,
il ritorno di Raffaello Piccoli che
riuscì a ricomporre una sua compagnia;
si parlò addirittura di una rinascita
del teatro toscano con la messa in scena
della Clizia di Machiavelli, dell’Aridosia
di Lorenzino dei Medici e delle più
famose commedie del repertorio fiorentino,
dal Fagioli a Novelli, da Paolieri a
Nando Vitali che mise in scena una sua
novità, Uno dei nostri, commedia
che proponeva la storia di Antonio Meucci,
l’inventore del telefono.
Il 1939 era un anno che prometteva bene,
si rappresentavano le più amate
commedie del repertorio in vernacolo:
Acqua cheta, Il Castigamatti, perfino
una nuova edizione de La ragazza vana
e civetta dello Zannoni ridotta da Luigi
Monelli; nella compagnia del Niccòli
si fanno strada alcuni attori destinati
a lasciare il segno nel teatro fiorentino,
Ada Checchi, Pietro Fontani, Dory Cei,
tutto sembrava procedere per il meglio
ma la guerra fece interrompere tutte
le attività e i teatri furono
chiusi.
Nel dopoguerra si apre un nuovo capitolo
nella storia del teatro fiorentino;
ci sarà una forte ripresa del
vernacolo con la comparsa delle giovani
leve che già avevano incominciato
ad emergere, come attori e autori all’epoca
delle grandi compagnie drammatiche;
nel frattempo l’avvento prorompente
del cinema, la nuova arte che piano
piano riuscirà a occupare lo
spazio fisico che era il teatro, rendendo
sempre più difficile sopravvivenza
dell’arte drammatica, che perderà
quel carattere di spettacolo di massa
che era stato la linfa vitale all’epoca
d’oro di Novelli e Paolieri.
Si assiste tuttavia ad una faticosa
rinascita per merito di alcuni attori
e autori, che nel frattempo erano maturati
e si accingevano a dare un nuovo impulso
al teatro.
Il primo spettacolo a guerra appena
finita (15 maggio 1945) fu la piacevole
e allegra commedia di Bucciolini che
Raffaello Niccòli allestì
alla Pergola. Venne anche formato anche
un comitato per risolvere i gravi problemi
che le compagnie teatrali si trovavano
ad affrontare, vi prese parte fra gli
altri Ugo Romagnoli (Max Dupons) che
ricordiamo come autore di una gustosa
commedia, I’ formicolone.
Ma il problema più grave era
la mancanza di un teatro, essendo la
Pergola destinata ad ospitare le compagnie
italiane e l’Alfieri rimasto nei
sogni perché nonostante i tentativi
non venne più ricostruito. Finalmente
la compagnia Niccòli trovò
un nuovo spazio nell’ex edificio
della Gil Gioventù Italiana del
Littorio) in Piazza Beccaria che fu
ribattezzato Teatro Radar. Fra i nuovi
elementi troviamo Corrado De Cristofaro
che sarà uno dei protagonisti
del nuovo corso del teatro fiorentino
ed avrà i suoi maggiori successi
alla radio con la trasmissione il Grillo
canterino.
Anche gli autori in vernacolo troveranno
una nuova vena e nell’aprile del
1947 fu la prima di una commedia veramente
gustosa scritta da Emilio Caglieri e
Odoardo Spadaro, La zona tranquilla,
che ancora oggi regge benissimo sulle
scene.
Nel 1949 venne inaugurato un nuovo teatro
all’aperto nei giardini di piazza
D’Azeglio dove venne data una
commedia di Alfredo Testoni, ridotta
in vernacolo da Ugo Palmerini, fra gli
interpreti due nomi destinati a far
parlare ancora di sé: Cesarina
Cecconi e Marisa Fabbri. Nello stesso
anno accanto alla compagnia di Raffaello
Niccòli fu formata una nuova
compagnia sotto la direzione di un’altra
grande interprete, Ada Checchi. Il teatro
era sempre quello di piazza D’Azeglio
che a malapena riusciva a soddisfare
le richieste delle compagnie che erano
riuscite a ricostituire anche un pubblico
di fedelissimi che accorrevano alle
rappresentazioni. In questo periodo,
siamo nel 1950, nella compagnia Niccòli
arriva un’ altra attrice destinata
a diventare fra le più importanti
del teatro in vernacolo fiorentino:
Wanda Pasquini. Sempre nel 1950 un altro
lavoro di Bucciolini, La famiglia patriarcale
che vide insieme, oltre la Cecconi e
la Pasquini, un giovane attore, che
farà la storia del teatro fiorentino
fino ai giorni nostri: Giovanni Nannini.
l'ultimo interprete di Stenterello -
Giovanni Nannini
È ancora un’epoca
felice per il teatro fiorentino, nuovi
attori, Wanda Pasquini, Gianna Sammarco,
Bruno e Alvaro Focardi, Franco Fontani,
Adriana Secci, Cesarina Cecconi, la
figlia di Bucciolini Maria Gaia, e nuove
commedie, destinate ad un successo che
rinverdisce la gloria del vernacolo,
anche nuovi teatri, l’Alhambra
e il Lido.
Alcuni titoli: Firenze Trespiano e viceversa,
È di scena Firenze, La zona tranquilla,
L’alluvione;
di Caglieri (1951), Barroccini di via
dell’Ariento, Nonne squillo, I’
bisnonno Garibaldo, Talmina colf a ore;di
Dory Cei; Il Diavolo in casa Stianti,
di Tito Zenni e Rino Benini, Le sorelle
Squilloni, La prima notte di Tito Zenni
, I’ due di Briscola del vecchio
Virgilio Faini, La sora Alvara, di Wanda
Pasquini e Silvano Nelli, che insieme
a Gianfranco D’Onofrio, Corrado
De Cristofaro, Rino Benini, Lidia Faller,
Franco Fontani, Fulvio Bravi creeranno
quei personaggi sgangherati e spassosi
che daranno vita alle trasmissioni de
I’ Grillo canterino e alle commedie
che ruotano intorno a questa fortunata
trasmissione, L’Iris e l’Amneris,
Moro e Archibugio, Le cantonate degli
sportivi.

Il vernacolo si segue anche in dischi
microsolco
La commedia che ebbe maggior successo
venne data nel 1956 al Teatro dell’Amicizia:
Casa nova, vita nova; ne furono autori
due giovani, Mario De Majo e Vinicio
Gioli, ma il merito del grande successo
fu soprattutto dal giovane Giovanni
Nannini, che fu l’interprete della
celebre macchietta del vecchio smemorato,
personaggio che si vide amplificato
il successo dopo la riduzione cinematografica
con Totò. Col successo ottenuto
dalla commedia a Nannini si potevano
aprire le porte di ben altri palcoscenici,
ma il giovane attore non volle mai lasciare
Firenze, i suoi personaggi, il suo vernacolo.
Oggi è riconosciuto come il più
grande interprete della commedia fiorentina
del secondo Novecento dopo aver interpretato
quasi tutti i ruoli del miglior teatro
vernacolo, compreso una sua versione
di Stenterello al Teatro Niccolini nel
1991; in attività anche dopo
aver compiuto ottanta anni, chiude la
sua carriera al Teatro Reims nel 2006.
Attualmente il teatro vernacolo, sia
pure costretto nelle periferie, può
ancora contare su un pubblico affezionato
e su alcune compagnie che continuano
il lavoro iniziato quasi un secolo fa
da Novelli: Valerio Ranfagni al teatro
di Rovezzano, Raoul Bulgherini e Sergio
Forconi al Teatro Nuovo si dedicano
solo al vernacolo; altri teatri propongono
invece per la maggior parte commedie
in lingua, anche se conservano in cartellone
alcuni classici: il Teatro di Cestello,
Le Laudi, il Reims.
IL TEATRO CONTEMPORANEO
Abbiamo inserito in
una sezione a parte il teatro contemporaneo
e altri giovani autori che hanno sperimentato
nel corso della loro carriera artistica
strade diverse, come cinema e televisione,
riuscendo a superare i confini della
città e creandosi un loro spazio
che ha varcato i limiti del palcoscenico,
come Ugo Chiti, Alessandro Benvenuti,
Angelo Savelli, Alberto Severi, Nicola
Zavagli, certamente i migliori autori
e dell’ultimo Novecento, che da
soli (Benvenuti) o con le loro compagnie
(Arca Azzurra, Pupi e Fresedde) hanno
prodotto una serie di lavori originali
con un felice recupero della miglior
tradizione vernacola, nobilitata e rivisitata
alla luce della storia, piccola e grande.
Di questo teatro, ancora in fieri, ci
limitiamo a ricordare i maggiori protagonisti:
Ugo Chiti, Paesaggio
con figure, Allegretto (perbene…
ma non troppo), La provincia di Jimmy
La recita del popolo fantastico;
Alessandro Benvenuti, Benvenuti in casa
Gori,
Alberto Severi, Valzer di guerra;
Nicola Zavagli, L’armadio di famiglia
LA COMMEDIA
FIORENTINA
Rivista Mensile di
Commedie in Vernacolo Fiorentino - diretta
da Arminio Messeri - Firenze.
1927
N.VITALI, Lo Zio d'America
B.CARBOCCI, I' Morino
U.PALMERINI, I' Trabocchetto
U.ROMAGNOLI, I' Signorino
A.NOVELLI, ...E chi vive si dà
pace
F.PAOLIERI, I' Pateracchio
G.VITI-PIERAZZUOLI, La casa a Mezzo
e Mezzo servizio
B.BACCI, Chi disse donna disse guai,
Trilogia (Civetta-Serpe-Volpe) atti
unici.
V.FAINI, L'Osteria del pennello
U.PALMERINI, La Bon'anima
A.NOVELLI, Le sue...prigioni
A.NOVELLI, Un campagnolo ai bagni
1928
G.FORZANO, Il padre
del tenore
B.CARBOCCI, La moglie bella
F.PAOLIERI e L.BONELLI, Stenterello
e il Granduca
YAMBO (E.NOVELLI), La novella del calcio
- Celebrità (monologo)
G.SVETONI, Vecchi peccati - Giovannino
il permaloso
G.MAZZUOLI, Que' benedetti figlioli
e La stanza nuda
G. VITI-PIERAZZUOLI, La macellara. DISMA
FRANCIONI, Pesci
U.ROMAGNOLI, Il Vitalizio
U.PALMERINI, La vittoria di Pirro. L.LATINI,
Due pretendenti e...un telegramma
L.BARTOLI, Fra du' fuochi
N.VITALI, Bisognino ...fa trottar la
vecchia. M.CAMBELLOTTI, Il cantico dei...mariti
B.CARBOCCI, La Capannuccia
1929
G.SVETONI, Il Gastigamatti
U.PALMERINI, Le forche caudine
A.BONGINI, La cuoca delle monache. R.NICCOLI,Una
partita a scopa. A.FANTINI, La beffa
G.PIERAZZUOLI, I'cucco della mamma
B.CARBOCCI, la sora priora
A.PIATTOLI, I pregiudizi di' mondo
A.ROSTER, Fra le disturne e i canti
(Beco sudicio)
M.COPPINI, L'articolo 157. F.GIUNTINI,
Troppo signore
U.PALMERINI, La sora Maddalena
G.BONGINI, La bottega di Sghio
N.VITALI, Ragazzaccio
V.FAINI, Una Spina ni' core
1930
A.NOVELLI, L'Acqua
cheta
B.CARBOCCI, La famiglia
A.NUTINI, E girala la rota
G.BUCCIOLINI e V.FAINI, Il poeta Fagiuoli
D.FAZZINI-A.SETTI, Guidino
E.FERRATI, La matrigna burlata
G.BARNINI, La Banderola
B.NANNI, Parenti...Serpenti!
N.VITALI, Filodrammatici
G.MAZZUOLI, L’appigionasi. A.NUTINI,
Un terno al lotto
YAMBO (E.Novelli), Fiorenza mia
B.CARBOCCI, Nastro rosa. G.VITI PIERAZZUOLI,
Ritorno
1931
G.SVETONI, La trovata
di' sor Orazio
C.GIACHETTI, Le volpi e le galline
D.FRANCIONI, Le sorprese di Viareggio
B.NANNI, I' Paradiso de' minchioni
A.SALVINI, I' Grillo. A.PIATTOLI, I’Monte
di Pietà
R.RANGONI, Gente onesta. A. DI CARLO,
La fioraia (monologo)
A.NOVELLI, Il cannone ecc. ecc. G.MAZZUOLI,
La fortuna è donna. G.PAGANI,
La sonnambula (monologo)
U.ROMAGNOLI, Otello.
B.CARBOCCI, Cavalleria e Pagliacci
G.MAZZUOLI, Il supplizio di Tantalo-
In panna nel 2000 ! L’avventura
di Paolino (commedie in un atto).
L.LATINI, I' Testamento
U.ROMAGNOLI, I' Formicolone
1932
G.SVETONI, Lo Zazzera
(La Sora Rosa). A.PIATTOLI, La canzone
dell’Aviere
E.SESTINI-E.CAGLIERI, Ferruccio
B.CARBOCCI, Il Mommo
L.CESCHI, Quest’amore che passione
(Riduzione di Nino degli Orasi)
B.CARBOCCI, Trittico carbocciano (Soli
d’inverno, Rospaccio, La mamma
malata)- A.PIATTOLI, Un mazzo di rose
R.MELANI, Il diavolo in sagrestia
M.TIRANTI, Calze di seta, Ricominciamo,
Apparecchio a galena, Tre atti unici
A.FONTANA, Su e giù
E.SESTINI, L'Artigiano. A.PIATTOLI,
Il sole della casa
N.DEGLI ORASI, La rondine sott’i’tetto.
G.MAZZUOLI, Lo sposalizio
A.VANNI, Le astuzie della Ginetta. G.MAZZUOLI,
Monologo
1933
CARBOCCI, Bona gente.
A.PIATTOLI, La misse inglese a pensione
dalla sora Argene
G.VITI-PIERAZZUOLI, C'è un cacciatore.
A.PIATTOLI, I’ tabernacolo
B.CARBOCCI, Mamma. B.NANNI, Addio alla
tuba. M.CASSONE, Fior di Verbena.
SCRIVERE IN VERNACOLO
La parola vernacolo,
come si legge nella definizione del
Tommaseo, ha origine dalla voce latina
verna, che significa domestico, “nativo
della casa medesima, del medesimo paese”;
così veniva definito lo schiavo
nato in casa: vernaculum, la voce entra
nell’uso dall’inizio del
XVI secolo.
Nella prima edizione del vocabolario
della Crusca (1612) la voce è
ancora inserita in calce fra le locuzioni
latine: vernacula lingua esprimere,
e rimanda alla voce divolgarizzare.
Dopo il Tommaseo Fanfani ne dà
questa definizione in aggiunta a lingua:
“Quella naturale del paese ove
uno è nato, e che tanto o quanto
si discosta, per la sue forme proprie,
dalla lingua comune”. Si distingue
dal dialetto che è invece una
vera e propria lingua parlata in una
determinata regione e se vogliamo sottolineare
la differenza che passa fra le due voci,
diremo che il vernacolo viene parlato
dalle classi popolari, quelle che una
volta venivano definite plebe, possiamo
ancora accettare la distinzione che
ne fece la Ceccherelli: “il vernacolo
è rispetto al dialetto ciò
che questo è rispetto alla lingua…
dialetto non è, come vernacolo,
sinonimo di popolare, e, ad esempio
il veneziano può essere parlato
anche dai patrizi di Venezia”.
Per quanto riguarda la lingua fiorentina
dunque, essendone il dialetto nella
sua evoluzione divenuto lingua italiana,
vernacolo resta quello parlato nei quartieri
popolari e nel contado, che nel tempo
è andato anch’esso modificandosi,
dal Magnifico al Baldovini, dallo Zannoni
ai giorni nostri.
Circa la scelta della lingua una prima
distinzione l’abbiamo già
a distanza di un solo anno, quanto intercorre
fra la pubblicazione de L’acqua
cheta di Novelli (1908) e I’ pateracchio
di Paolieri (1909), il primo, esempio
di vernacolo cittadino, il secondo di
vernacolo contadinesco. Altri autori,
di cui faremo una breve sintesi, sono
seguaci dell’una o dell’altra
“scuola”.
La questione della grafia nella trascrizione
del vernacolo è stata affrontata
da quasi tutti gli scrittori di commedie,
dallo Zannoni fino a Novelli e Paolieri,
coinvolgendo anche i poeti vernacolari
come Volpi, Camaiti, Boncinelli, Fazzini,
per citare soltanto i maggiori; nessuno
di loro sente il bisogno di interpellare
qualcuno degli addetti ai lavori, i
linguisti, che non mancavano in ambito
fiorentino; quasi tutti seguono il proprio
convincimento, dichiarando di porre
il massimo studio nel rappresentare
graficamente la vera pronuncia plebea.
Circa questo dibattito facciamo seguire
uno scritto di Ferdinando Paolieri che
affronta l’argomento nella sua
prima commedia in vernacolo.
DUE PAROLE SUL
VERNACOLO di Ferdinando Paolieri
Ferdinando Paolieri
nella prefazione all’edizione
del suo Pateracchio, ci fornisce anche
la sua posizione sulla grafia del vernacolo.
E a questo proposito ci pare utile inserire
quel suo vecchio scritto premesso alla
prima edizione della commedia in vernacolo
dei campagnoli fiorentini I’ pateracchio,
in calce la data: Firenze, 1910.
Veramente, sul Giornale d'Italia, comparvero
un anno e mezzo fa, alcune mie parole
piuttosto acerbe contro coloro che intendevano
risuscitare il vernacolo.
Io credevo e credo che l'esempio di
Augusto Novelli, della scena padrone
e maestro, vissuto tra 'l popolo e pratico
dei suoi usi e costumi in modo da poter
sceverare veramente il bello dal brutto,
principale scopo di chi fa dell'arte,
difficilmente avrebbe sopportato imitatori.
Mi sono ingannato?
Non lo so; ma certo, qualcuno ha creduto
con delle facezie scurrili e con delle
situazioni volgari e lambiccate di riportare
sulla scena l'ambiente del popolino
di Fiorenza, e non è riuscito
né a far ridere, né a
commuovere, mentre il Novelli, rendendo
con amore l'eterno vero, sa far diventar
grandi le cose semplici con quel segreto
che dopo Goldoni, Gallina, e pochi altri,
pareva perduto.
Fedele al mio proposito, io non ho dunque,
come fa il Novelli e come lui solo sa
fare, scritto un lavoro in vernacolo
fiorentino, ma, consentendolo il programma,
l'ho scritto in vernacolo toscano, il
che è un po'diverso.
Quel che il Novelli ha insuperabilmente
fatto per le classi piccole della città,
io ho cercato di fare per la casta,
forse non abbastanza conosciuta, dei
nostri contadini.
Studiando il loro vernacolo, mi sono
avvisto che questo non è (benché
un po' più corrotto) che l'antico
volgare, di cui gli avanzi pare siensi
rifugiati a morire al rezzo dei castagni
che svettano sui monti posti a cavaliere
tra il Senese, il Chianti e la Val d'Arno.
Sul mio lavoro, nulla ho da dire, naturalmente!
Ma sulla lingua in cui è scritto
vorrei un istante soffermarmi sol per
chiarire certi possibili dubbi.
Sono state fissate le norme per scrivere
il vernacolo ? Lo ignoro.
Già il vernacolo del Novelli,
è, giustamente, molto dissimile
da quello dello Zannoni.
Ma la fonte, le radici, essendo le stesse,
tanto quello dello Zannoni, come quello
del Novelli, come... il mio, s'incontrano
fatalmente nei loro caratteri principali.
V’ ha chi' scrive ibbabbo.
Io invece scrivo i' 'babbo.
L'attore pronunzierà toscanamente
il doppio b, ma la grafia io credo debba
esser tale in omaggio a un elementare
principio di grammatica che non vuole
che si sopprima una lettera senza accennare
con un segno convenzionale (che può
essere un accento o un apostrofo) a
questa soppressione.
È vero che in poesia si scrive
de la, e non de' la, ma è anche
vero che de la come si scrive, così
si pronuncia.
Invece i' 'babbo, lo scrivo così
per conservare lo stacco fra la parola
e l'articolo, ma per indicare al tempo
stesso che ha da pronunziarsi tutto
attaccato.
Scrivo donche, attaccaco, rifinico perché
mettendo il t e lasciando agli attori
la cura della giusta pronuncia, mi parrebbe
di scrivere in una mezza lingua italiana,
che non fosse né carne né
pesce.
I contadini poi dicono egghi invece
di egli e ho dovuto anche nella grafia
conservare queste desinenze, tanto più
che se non erro, era un bel pezzo che
non si ponevano in iscena i contadini
a parlare nel loro linguaggio.
Ho conservato il vôtta (col circonflesso)
il passeroe, vierroe, andea e certi
vocaboli strani come pannicole, gralime
(in vernacolo fiorentino si direbbe:
lucciconi), imperoe, golare, ecc.
Dove non ho potuto seguire la grafìa
che distacca le due parole che pur si
pronunziano come una sola è stato
nei modi di dire come: saella, e qualcun
altro, benché vedella si possa,
io credo, scrivere anche cosi: ved'
ella.
I contadini hanno dei curiosi canoni
linguistici ai quali ho fatto attenzione.
Essi, per esempio, dicono quasi sempre
so' fattore, ma dicono invece sempre:
signo’ padrone, signora padrona.
Laddove un fiorentino dice: Va' ia!
essi dicono invece: 'gnamo! cioè:
andiamo, via, non è possibile!
Mentre da noi si dice arrivederci i
contadini usano, addio alla riista,
e certe parole non le usano affatto.
Per esempio non diranno mai seppellire
ma sotterrare, né incinta, ma
pregna, sopra tutto trattandosi di una
bestia.
Dove poi bisogna fare una particolare
attenzione, si è circa l' i intromesso
in certi verbi, con la soppressione
del v.
Per esempio: che la 'oi 'tutta lui?
— ti 'o' (che io scrivo con due
segni d'avviso, perché nientemeno
vi sono soppresse; 5 lettere : vglio)
rioittolare (dove l'incastro dell' i
è quanto mai caratteristico)
ecc.
C' è pure icchicch' e t' ha'
fatto? che io non ho disciplinato benché
grammaticalmente si dovrebbe scrivere
; i’ 'chi etc. mentre poi si pronunzia
tutto quanto attaccato.
Va sans dire che 'ndoe, noe, pioe, faroe,
diroe, sono la caratteristica peculiare
del corrotto volgare che trapela ancora
nei quasi poetici: e' dicea, e' facea,
e' cogliea ecc.
Ma non soltanto i contadini dicono pioe,
foe; essi dicono caritae, come noi si
dice to' mae e come lo dicevano le ciane
dello Zannoni, a' suoi tempi però.
Ora caritae quasi più nessuna
ciana lo direbbe: sono evolute anche
loro!
I contadini dicono sentimola, cosa che
da noi più non s’usa, dicono
la si ficuri, dicono gelosia, dicono
tante parole diverse dal nostro, vernacolo.
Frequenti hanno le cacofonie, conservate
nonostante che talvolta col rimetterci
la lettera caduta giungano a rimediarle;
così dicono la vienga 'ia, ma
dicono anche la un v'arebbe a aè
daco etc.
A aè, l'ho scritto così,
senz'altro, per la ragione che i contadini
pronunziandolo producono la sincope
dell'ultima e di arebbe e dell' a che
simboleggia la preposizione ad e dicono
la un v'arebb' aè.
Io ho cercato dunque di far capire meglio
che fosse possibile la costruzione primitiva
delle proposizioni e delle parole, torte
e curvate in fantasiosi ghirigori dalla
loquela contadinesca.
Talvolta (anche per provare) invece
di staccare, scrivendole, due parole
che si pronunziano attaccate, le ho
scritte giusta la pronuncia; ma ho cercato
di scrivere così soltanto quelle
che meglio pare vi si adattino.
Così ho scritto pell'aria invece
di pe' ‘l' aria ed ho scritto
caiccosa che non saprei come spezzare.
Ma non scriverei, lo ripeto, ibbabbo.
Del resto vi sono nel vernacolo, come
in lingua, delle regole che l'orecchio
fissa da sé, senza che nessuna
grammatica possa giustificarle.
E l'orecchio è come il cuore:
non ha mai torto! In fine sul vernacolo,
specie dei contadini, vi sarebbe da
scrivere un volume.
Firenze, 1910.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
BALDOVINI Francesco,
Chi la sorte ha nemica usi l’ingegno,
F.Moucke, Firenze 1763;
CECCHERELLI Emilia, Giovan Battista
Zannoni, Bemporad e Figlio, Firenze
1915;
ZANNONI Giovan Battista, Le ciane di
Firenze, Barbera ed. Firenze 1950;
ALTIERI BIAGI M.Luisa, Studi sulla lingua
della commedia toscana nel primo Settecento,
Leo Olschki ed. Firenze 1965;
APOLLONIO Mario, Storia del teatro italiano,
Sansoni ed. Firenze 1966;
DEL BUONO Luigi, La villana di Lamporecchio,
La Bacchettona, Ginevra degli Almieri,
presentato da G.Amerighi, Libreria Editrice
Fiorentina, Firenze 1973;
FASSO Luigi (a cura), Buonarroti il
Giovane, La Tancia, Einaudi-Ricciardi,
ed. 1976;
P.ROSELLI-G.C.ROMBY-O.FANTOZZI MICALI,
I teatri di Firenze, Bonechi ed. Firenze
1978;
BUCCIOLINI Giulio, Cronache del teatro
fiorentino, Leo Olschki, ed. Firenze
1982;
LUCCHESINI Paolo, I teatri di Firenze,
Newton Compton ed. Roma 1991;
Per le singole commedie
si rimanda ai titoli citati nelle varie
sezioni.
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